SII PAZIENTE
Caspiterina arrivo a casa adesso..il buio che tanto mi può dare.
Recito parole del DellaCasa e mi stringo alla mia paura.
A volte non conta un cazzo se siamo povere anime tiepide,
perchè io stanotte vado a dormire..buonanotte.

Verso Lipsia
Sacra
Santa
Solitudine
La donna che spinge,
drastica tra i poli.
Via tutto,
essenza,
...così immobili sono i gradi,
sottile membrana e oltre l'incoscienza.
Via tutto,
pelle,
piango senza lacrime, nè singhiozzi,
così cinica questa esistenza, piango.
Via da me,
voi,
ferire, distruggere vite,
cuore arso dal gelo, di più..
..c'è il peso insostenibile
responsabilità
malattia dell'essere,
La donna che s'assorda,
irrispettosa e sbagliata,
ancora cerca incerta
la ragione dei suoi dubbi.
Si finisce per odiare,
poi per abiurare,
poi infierire,
poi...
....
Ma il telefono continuava a squillare
fino a che non si spense
E l'altro telefono svegliava dai sogni l'innocente.
Sacro
Santo
Spegnimento.
Come un fuoco,
m'estinguo.
Via
dalle spiegazioni
che m'ammazzano.
Lentamente, lentamente
verso Lipsia.
Nuova, pura, presto.
Casa
Non sono mura, ma sogni
Speranze di resistenza
Di rigida presunzione
Dritti come pugni tesi
Innalzati come un odio gratuito
Dipinti con i colori di una guerra
Dimenticati come una grazia
È il mio paese, le mie città
Limpide barricate del fiero vuoto
Scempio di natura paziente
Dov'è la tua terra, tu che cammini
Dov'è il tuo pasto, tu che ne sei fame
Nascervi, crescervi, giocarci
E camminarvi e corrervi dentro
Siete orizzonte di una sconfitta
L'evidenza di paure abbarbicate
Quelle mura, quelle finestre, quei portoni
Le pareti della sicurezza cercata
Fragili supponenze della stupidità
Che per unire cerca la divisione
Riesci a vedermi? Riesci a sentirmi?
Quelle mura sono le mie mura
Io che cresco bastioni di lettere
Torri di parole, muraglie di frasi
Riesci a vederli? riesci a toccarli?
Io sono quei muri, io quei colori
Di me leggerai l'intonaco dipinto
O scalfito dal tempo o dall'incuria
E nel freddo ventre di distanza
Il gelo del niente di paura
Che siamo noi, senza confessarlo
Che sono io, anche se non vedi
E questo solo potrò sperare
In quanto freddo del freddo di tutti
Sarò qua, solo tra sole mura
Per un silenzio che si farà inverno.
[Pezzo visto, letto e "rubato" dal blog di QuotaZero]
Il pittore che non fu un pittore
di
Stelvio Mestrovich
A Louis Bauder toccò la stessa sorte dello scrittore Joseph Roth.
Ebbi la fortuna di incontrarlo la sera prima che morisse al tavolo di un bistrot ( me lo avevano presentato certi amici a una galleria d' arte ) e di raccoglierne le confessioni. Visto così, proteso verso il tavolino col bicchiere in mano, faceva una gran brutta impressione. Non aveva nemmeno quarant' anni e già ne dimostrava più di sessanta! Dopo lo smarrimento del primo sguardo, la gente che passava di lì lo giudicava un genio oppure un artista mancato. E la sensazione era quella giusta. Egli possedeva il fisico del compositore ( in alcuni tratti del volto rassomigliava a Ferruccio Busoni con quell' aria un po' troppo intellettuale ) , ma non era un musicista, bensì un pittore.
Il suo studio si trovava al numero 31 di Rue Saint-Honoré, al quarto piano della casa natale di Molière. Dall' altro lato del bistrot.
Quando mi fece cenno di sedermi accanto a lui, Louis era già ubriaco. Anche se certe persone non lo sono mai del tutto. E Bauder apparteneva senza dubbio a quella categoria. Bestemmiando, colla mano tremante, aveva cercato invano di buttare giù uno schizzo su un fogliaccio bianco.
" Ti voglio raccontare una storia. Una brutta storia. " mi disse rinunciando definitivamente al disegno.
Visto ch' io tacevo interessato, non perse tempo e, dopo avere riempito il bicchiere di vino, iniziò la narrazione.
" Tu sei un poeta, quindi mi capirai meglio degli altri comuni mortali. L' arte in primo luogo, poi tutto il resto, amore e ricchezza comprese. Giusto? "
Non attese il mio scontato consenso e così continuò:
" Cominciai a dipingere subito dopo l' Accademia. La mia pittura si rivelò estrosa e non appartenente a nessuna scuola. Lavorai come un negro, ma con un entusiasmo veramente encomiabile, tanto che raggiunsi presto il primo obiettivo: una mostra tutta mia. Non vendetti neanche un quadro. Alla critica, però, il mio stile non dispiacque. Ovviamente, nessun luminare della pittura se la sentì di sbilanciarsi troppo. Ma le mie tele avevano del buono. E ciò mi consolò non poco. Anche se mi restavano da fare i conti con una situazione economica disastrata. Ero giovane, capisci?, incoscienza e genio camminano di pari passo ... "
Si concesse una pausa per bere ingordamente, quindi proseguì:
" L' ultimo giorno di esposizione venne a trovarmi il padre della mia ex moglie. Quella visita mi mise in uno stato di profondo imbarazzo. Non lo vedevo da quando Antoinette e io ci eravamo lasciati. Dapprima non mi disse una parola. Fece più volte il giro della saletta, soffermandosi sui quadri abbastanza a lungo per un non intenditore. Da quello che mi risultava, d' arte ci capiva poco. In compenso era un ottimo commerciante e aveva fatto soldi a palate. I miei guai, infatti, erano cominciati dal giorno in cui divorziai. Ma Antoinette proprio non la sopportavo, quindi ... "
Louis chiamò il cameriere e ordinò un' altra bottiglia di Beaujolais.
" Torniamo al fatto. Osservai il mio ex suocero con attenzione, mentre si spostava da un dipinto all' altro. Come sempre elegantissimo, mi sembrò ringiovanito. Forse mi ingannarono i capelli neri e quei tratti spagnoleschi nel viso in cui spiccavano due occhi iniettati di sangue. Mi ricordo che tenne il cappello in capo e che, al momento di rivolgermi la parola, non nascose un beffardo sorrisetto.
" Sentiamo, pittore, " così mi chiamò, " quanti quadri hai venduto finora? "
Diventai rosso come un papavero.
" Neanche uno. " mi toccò ammettere.
Lui guardò ancora attorno.
" E' tutta qui la tua produzione? " volle sapere.
" Sì. " gli risposi.
" A casa tua c'è nulla? "
" Qualche quadretto ... "
" Bene. E prima della mostra hai dato via altre tele? "
" No, se si esclude quella natura morta che Antoinette ... "
" Perfetto. " tagliò corto lui.
Si accomodò sulla sedia vicino al tavolino (dove oziava vergognosamente l' album delle presenze). Il suo sguardo non mi garbava per niente. Perchè quell' interrogatorio? A che cosa mirava? Qual era lo scopo della sua visita?
" Caro Louis, hai trovato un compratore. " disse con semplicità, tirando fuori del panciotto il blocchetto degli assegni e un foglio di carta da lettere battuto a macchina.
Io stavo per replicare, ma lui mi zittì.
" Voglio l' intera tua produzione, compresi i quadretti che tieni a casa. Non solo, ma pretendo che tu mi firmi la presente dichiarazione, con la quale ti impegni a vendermi tutti, ripeto, tutti i dipinti che farai d' ora in avanti, nessuno escluso. Inoltre, ti obblighi a non vedere mai più le tue tele, che verranno custodite nella mia abitazione di campagna. "
La cosa mi sonò come un inaccettabile diktàt. Di nuovo mi bruciò sul tempo, offrendomi una cifra astronomica per le opere già compiute e proponendomi il triplo del valore dei quadri che avrei eseguito di volta in volta. "
Louis alzò il bicchiere colmo di vino. Alcune gocce caddero sull' incomprensibile schizzo. Si asciugò la bocca con le dita, si schiarì la voce, quindi riprese a narrare:
" Versavo nella più nera miseria. Ammetto che non riflettei a lungo su quell' offerta. Domande del tipo ' ma che ci sarà sotto?' non mi sfiorarono neppure l' anticamera del cervello. Accettai e firmai subito.
Il padre della mia ex moglie mi consegnò l' assegno, andandosene contento come una pasqua.
Il giorno dopo mandò a ritirare i quadri.
Mi sentii il contrario di prima: ricco e artisticamente spoglio (per non dire depredato).
La mia vita, sì sono sincero, cambiò radicalmente. Mi detti alla pazza gioia. Ogni notte al ' Moulin Rouge ' : champagne, donne, gioco d' azzardo. Ma, ahimé, mi stufai presto.
Ogni tanto bussava al mio studio ( fu allora che mi trasferii in Rue Saint-Honoré ) il galoppino inviato dal mio ex suocero. A lui consegnavo le tele ( se ce n'erano ) e la richiesta di denaro. Poche ore dopo ricevevo l' esatta somma dalla stessa persona. E tale andazzo proseguì per anni e anni.
Oramai ero ricco sfondato. Non stare a credere che dipingessi male. Tutt' altro! La mia pittura era ricercata. Badavo sempre più alla qualità. Ciò che mi differenziava dagli altri pittori era che loro avevano un mercato, mentre io dovevo accontentarmi di un unico acquirente. Ma che acquirente! Con lui andavo sul sicuro, garantendomi la tranquillità economica. O meglio, le mie esigenze di lussi sfrenati.
Naturalmente tutto ha un prezzo. Dovetti rinunciare alle mostre ( non avevo quadri ) , nessuno mi conosceva come pittore, a partire dai critici che mi persero completamente di vista. I primi tempi provai a fare qualche foto alle mie tele. Non so come, ma il mio benefattore venne a saperlo e mi minacciò di denunciarmi. L' esclusiva era sua. Non potevo farci più niente. Mi consolava immaginare le mie tele, un' intera collezione, che riempivano le pareti della villa di campagna del mio signor ( ex ) suocero. Non dipingevo invano. Per la gloria c'è tempo. L' arte rimane.
Certo che il desiderio di fare una capatina in quella villa divenne sempre più forte. Ma rimandai anno dopo anno. L' unica trasgressione che attuai ( quasi a rubare a me stesso ) fu quella di farmi l' autoritratto.
Lavorai di notte come un ladro. Poche ore e poi nascondevo la tela con mille precauzioni. La stessa operazione per diversi mesi.
Fu quasi una sfida.
Quando terminai il quadro, non stetti più nella pelle dalla gioia. Mi detti ai bagordi. Ritornando a casa, completamente ubriaco, forzavo la serratura del ripostiglio, rimanendo intontito a mirare il mio ritratto.
Pochi giorni fa, ricevetti una lettera. Dalla busta riconobbi la scrittura di Antoinette. Che diavolo poteva volere la mia ex moglie?
Ciò che lessi fu da brivido. "
Bauder bevve d' un fiato due bicchieri di vino. Poi mi osservò, tacendo il finale della storia. Voleva vedere la mia reazione. Lo scongiurai di non lasciarmi sulle spine. Louis, allora, mi versò da bere. Questa volta non rifiutai e tracannai il Beaujolais.
" Antoinette, in piena crisi depressiva ( ma, nella lettera, non mi ragguagliava sul perchè di tale stato ) , con parole terribili nella loro semplicità, mi rendeva noto che suo padre, fino dal primo giorno, dai tempi cioè della mia unica mostra, aveva distrutto tutti i miei quadri. Non ne aveva salvato nemmeno uno. Tutti bruciati. Era stata questa la vendetta del mio ex suocero, che mi aveva voluto punire per il modo con cui mi ero comportato con la figlia, dalla quale mi ero separato dopo appena sei mesi di matrimonio.
Antoinette chiudeva la lettera, implorando il mio perdono. "
Non rividi più Louis Bauder. Seppi che era morto in quello stesso bistrot per un attacco di delirium tremens.
unica testimonianza artistica di quel pittore che non fu un pittore mi venne recapitata col mio massimo stupore.
Si trattava del suo autoritratto.
http://www.la-poesia.it/racconti/mestrovich/mestrovich-index.htm
MERITO GIORNI MIGLIORI, FRESCHI.
Si spengono le luci sul bus.
Ululo di piacere, ma dopo poco si riaccendono
ed il signore dietro di me
continua a fissare le sue gambe.
Gambe in madre perla
leggermente coperte da grinze della gonna.
A me non frega ma sento la frenata
e l'autista che dice - fuori di qui .
Merito giorni migliori, freschi.
L'autobus è fermo per guasto, scendo,
e mi siedo per aspettare il prossimo.
Il prossimo si fermò nei miei sogni.
A volte credo di amare i miei disagi.
Si rispengono le luci del bus
e quel signore è sempre dietro di me.
Sono finite le gambe e tutti gli altri guasti.
Al confine del verde di una foglia ho provato ad esistere,
invevitabilmente sono caduto sul suo lato ruvido e spento.
Mestamente aspetto e penso a quel verde liscio e brillante
che ho lasciato per capire e vivere più del mondo,
HO VISTO I TUOI OCCHI E NON DORMIREI
Dal momento che stiamo male..facciamolo.
Forse stanotte lo hai già fatto ma non mi frega,
ho visto i tuoi occhi e non dormirei.
Non dormirei, cercherei di sentirmi per una volta,
una sola volta, bene come chi mi circonda.
Chi mi circonda mi odia. tu?
Penso che il nervoso non riesca a farmi morire,
ma peggio: restar sveglio mentre ti tocca. Bastardo.
Ho vomitato e non era per l'alcool, il rimpianto, o il bastardo,
avevo maldistomaco ma volevo farlo.
Non voglio occhi di specchio che riflettano dissociazioni di fasce luminose, non voglio staticità di punti di convergenza, li ho cercati troppo spesso e troppo in fretta da perderli senza avere il tempo di accorgermene e intanto scivolavo via anch'io inseguendo il punto focale che continuava a spostarsi e piani di interpretazione che ostinatamente si sovrapponevano e si modificavano fino alla contaminazione e a un relativismo eccessivo che mi fa girare la testa perchè sarebbe più semplice se questa linea di confine smettesse di cancellarsi e ridisegnarsi sempre, inseguendo il punto fisso in movimento vertiginoso. Sarebbe più semplice e la semplicità annullerebbe il movimento e la ricerca della prospettiva e si perderebbe l'infinito dei pensieri.
SENTENZA
Si varca la porta di Micene
Ciondolante osservo l'impero di ombre,
classiche, efebi e fanciulle
danzano neri sotto i lampioni
lampioni gialli della città deserta.
Arti della nuova luce
Una casa a tre fornici luminosa
c'è una festa
Ma sola un'ombra giovanile
vaga cantando
L'AMORE DEL MANICO
Tra i miei preferiti lo vedi asciutto,
longilineo, marchiato dall'obbedienza alla bellezza.
Non mi sento bene e chiudo gli occhi,
anche quando sto bene lo faccio ma non scrivo..
Ero rimasto da solo e adesso mi ripeto:
- guardali i miei sorrisi, nelle pozzanghere
o sotto le tue mani. Mi leverai di dosso
solo per cambiare e avrai ancora i miei sorrisi -
Stasera mi parlavano le labbra: - ancora -
Le tue vorrebbero sempre lame per urlare.
LA LUNA A SAN MATORZA
La luna rimproverò le stelle.
Il vecchio dalla faccia cadente
Sussurrò sul vento le sue celle.
È questo il sussurro
Del figlio ritornato
Dal viaggio del luogo assurdo.
L’elettrica luce e la sua tempesta
Sconfessò se stessa-
La notte delle stelle ed il suo sentiero
Urlò la preghiera,
il suo canto verso le luci delle strade sterrate
e montammo mai più
il valore di vite narrate ed errate
Il visitatore s’attardò un istante all’uscio della mia stanza. Prima d’indossare il mesto cilindro ed impugnare il lungo bastone da passeggio e sparire nelle tarde tenebre di quella notte lugubre mi chiese “l’anormalità anima i tuoi versi di poeta errante. Dimmi cosa ti spinge a cantare lodi ad un dio della pazzia o a consacrare i tempi antichi ed i loro ruderi nella loro processione per la polverosa via? Rispondi prima che io varchi l’uscio della tua stanza”.
“Nulla” dissi impalpabile mentre bevevo l’ultimo bicchiere di vino della mia bottiglia, della mia bottiglia che poi gettai con somma indifferenza nel caminetto ardente.
“Re Lear rispose che da nulla sortirà nulla. Parla di nuovo”
Se il bicchiere non placò le mie meningi stanche provai con la mia pipa, la mia pipa dei tempi andati che aspettava solo quel momento e nient’alto. “Allora è meglio così, dato che non leggesti bene i versi che ti sottoposi non potrai capire l’oscenità celata nei remoti anfratti delle valli scavate da ogni singola lettera. Non attardarti ora, la vita è il nulla perché segue il principio delle stagioni che si disperdono nel lento muoversi dello spazio e di un tempo remoto che risorge solo con vani e tristi ricordi. Tanto vale non ricordare, sedersi ed aspettare che il tabacco o chi per lui finisca e ti lasci solo con le tue paure per farti crescere. Ciò che è celato nei miei versi allucinati dal sole immortale di mezzogiorno e dalla bella luna misteriosa di mezzanotte è un profondo mistero, scoprilo oh lettore incauto e disattento. Mi conosci abbastanza da poterli comprendere?”
Il viandante celò se stesso nel lungo tabarro e come un corvo entrato dalla finestra di Poe rimase lì ad aspettare. Rimase lì ad aspettare qualcosa dalle mie labbra. Ma come spesso capita non so che dire agli sconosciuti tra cui vivo e tra cui mi isolo. La sublime metamorfosi tra corvo e uomo rimase là.
Fu così che io estrassi il mio taccuino sgualcito e intonai a tono di lutto le mie poesie, senza affanno, una ad una nell’attesa che il mio sconosciuto amico se ne andasse e capisse ciò ch’io sono, oltre l’uscio della mia stanza.