martedì, 30 gennaio 2007, ore 23:09

L' ILLUSTRE ESTINTO

di

Luigi Pirandello

(da Novelle per un anno)

Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l'on. Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.

Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era più rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.

Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva più sicuro, più riparato, quasi protetto. E, tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al più - d'una settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava così lento, così lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi - sì, proprio di stancarsi - in una settimana. Non avrebbe avuto mai fine, così, una settimana!

La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.

Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto... ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo. Sì: sarebbe stato un modo anche questo d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto - fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non più innanzi ai suoi proprii.

E - coraggiosamente - l'on. Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lì, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e... ma sì, elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.

La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.

Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò. Sentì come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento. Pensò che, morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi peli il suo segretario particolare, cav. Spigula-Nonnis, che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.

Ma pure lo ajutava quel cav. Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente. Forse, se fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a gridare con disperata rabbia; col cav. Spigula-Nonnis lì a piè del letto, che lo chiamava «Eccellenza», non fiatava nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato, innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.

Sì, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte, fino all'ultimo. L'esilità di questo filo gli esasperava internamente di punto in punto l'angoscia e il terrore, poich'egli non poteva non sentir vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche bestiolina agonizzante, d'un insetto caduto nell'acqua, appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.

Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano impersonate nel cav. Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano più pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte, egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui, attorno al suo letto, attorno alla sua bara.

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