lunedì, 29 settembre 2008, ore 10:42

“ madre …
Nave di queste acque
Ridai ricordi
Che sembrano eterni
Ma l’ancora non potrà fermare
Il cortometraggio
Dei miei dipinti! “

poetanelcuore
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categoria : 03 poesie
lunedì, 29 settembre 2008, ore 01:11

  Onora il padre e la madre

Immagine tratta dal film "Eraserhead" di David Lynch

Il lamento acuto e violento si snodava attraverso lo strazio, che intorno a lui si stringeva, come il cordone ombelicale che ora giaceva viscido, in una bacinella asciutta, ai piedi del lettino nella sala parto.

Lo specchio, per la prima volta, gli restituiva lo sgomento e il disgusto che aveva sempre assaporato sui volti di coloro che incontrava; si componeva così, il ricordo delle espressioni di quegli sconosciuti, che si deformavano in smorfie, come in un labirinto di specchi, in cui veniva riflessa da più angoli la sua stessa immagine. Fino a quel momento aveva sempre indossato occhiali scuri, e tenuto il viso coperto da un cappuccio nero di cotone o di lana, a seconda della stagione. Tanto che ormai la luce gli era diventata ostile, a causa dell' iperprotezione agli occhi. La casa era stata privata fin dalla sua nascita di qualsiasi specchio, e l'unico strumento di illuminazione adottato erano le candele. Gli era stato evitato con cura, l'incontro con quella superficie impietosa, ma ora la sua rabbia aveva un volto, il suo. Corse fuori dal monolocale, dove era andato ad abitare dopo la morte dei suoi genitori. Il volto coperto dal cappuccio nero di lana lasciava scoperti solo gli occhi, la tempesta imperversava, il cielo strepitava lanciando i suoi furori, Demian si tolse il cappuccio, ma neppure il sale della pioggia riusciva a cicatrizzare i segni scavati nel suo viso come profonde e robuste radici. La morte dei signori Vaine era rimasta un mistero per il quartiere di Monmartre.

Aveva tenuto per giorni le bende, in cui si era sentito dopo tanto tempo, cullato come in una bambagia, ed ora come un lungo e aggrovigliato cordone ombelicale le staccava e srotolava dal suo volto. La sua pelle era liscia e levigata, come quella della superficie tanto temuta. Le abili e licenziose mani del dottor Boue avevano operato come una rugosa carta a vetro che era riuscita a spianare le rovine di Demian. Demian conservò gli scarti della pelle dei suoi genitori e il sangue avanzato che non era servito durante l'operazione.

A passo lento Demian si avvicinò ad una chiesa, attirato dal familiare bagliore delle candele, dal rassicurante e lontano suono della voce del sacerdote, e dal riposante profumo di incenso. Non era mai stato a catechismo perchè i suoi genitori erano ebrei e non l'avevano neppure mai obbligato ad andare con loro nella sinagoga. Sapevano che una volta cresciuto Demian avrebbe deciso da sè quale religione seguire. Davanti all'ingresso della chiesa fu colto da un ricordo, un commento acceso urlato da un suo compagno all'uscita di scuola, 10 anni prima.

- Lebbroso! Neppure Gesù Cristo avrebbe compassione per te.

Entrò in chiesa, si sedette su una delle panche di legno e cercò di imitare i gesti dei fedeli durante la messa. Si inginocchiò, ascoltò con attenzione le parole del sacerdote che si insinuavano fra i suoi pensieri, come pellegrini in cerca di una dimora, e lui le accolse.

Demian avanzava preoccupato ed ansioso verso l'aula, i bambini in attesa del sacerdote correvano tra le sedie e si tiravano aeroplanini di carta, le loro voci si facevano sempre più vicine a stringerlo, si allargò il colletto con l'indice destro ed aprì la porta con un gesto deciso. I bambini si ricomposero.

- Io sono il vostro sacerdote, insieme seguiremo un percorso di conoscenza e di consapevolezza dei testi sacri e della parola di Gesù, che si è sacrificato per noi. Il nostro modo per glorificarlo è di ascoltare sempre la nostra coscienza.

Demian si avvicinò alla lavagna, prese un gessetto, lo girò fra l'indice e il pollice destro, e scrisse:

"Onor..." il gessetto graffiò la lavagna, i bambini si tapparono le orecchie. Demian lo raccolse e finì di scrivere la frase:

"Onora il padre e la madre".

 

 

MoulinDesBureau
lunedì, 29 settembre 2008, ore 00:51

Il poeta è un operaio 

di

Vladimir Majakovskij

(G. Courbet - Lo spaccapietre, 1849)

Gridano al poeta:
"Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!
Cosa sono i tuoi versi?
Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo".
A noi,
forse,
il lavoro
più di ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch'io una fabbrica.
e se mi mancano le ciminiere,
forse,
senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so:
voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi,
non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo,
la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti,
e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d'uomini non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi
oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta
o il tecnico
che porta
gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali.
I cuori sono anche motori.
L'anima è un'abile forza motrice.
Siamo uguali.
Compagni d'una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti
abbelliremo l'universo,
l'avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All'opera!
Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori,
al mulino!
Ai mugnai!
Che l'acqua dei loro discorsi faccia girare le macine.

 

MoulinDesBureau
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categoria : 08 lanterne
domenica, 28 settembre 2008, ore 11:46

Madre


Era una notte di duemila anni fa, una notte diversa dalle altre, una notte senza fine!
Non c’erano stelle che emergevano in quel cielo; non c’era la luna ad illuminare i passi tra le tenebre; c’era solo un vento rabbioso che piangeva l’ingiustizia dell’innocenza, congiunto ad una pioggia fine, purificatrice di strade e menti.
Non sapeva dove fosse suo figlio, ma un’inquietudine non le recava pace nell’anima.
Una mestizia avvelenata le trafiggeva i sensi; non c’era pensiero che avesse potuto darle sollievo; non c’era respiro che avrebbe potuto darle conforto:

“OH signore! Dio dolce! perché stanotte il mio tormento non mi da pace!? perché le mie viscere tuonano irrefrenabilmente!? la mia bocca è aspra, non sente il sapore dolce dell’aria che canta al di là delle finestre. Dimmi dov’è mio figlio! Dimmi che il Suo verbo è ancora vitale … che quella linfa non si è estinta in questa notte gelida!
Ho accettato il Tuo dono; ho generato il Tuo seme; l’ho guidato nel Tuo Spirito; ho preparato i Suoi pranzi; ho ascoltato le Sue parole; ho visto i Suoi tormenti … ed ora il mio compito sembra giunto all’ultimo gradino di una scala difficile! sembra che le mie mani non riescano più a stringere il vento nei loro pugni … Ma sapevo, sapevo che tutto si sarebbe dovuto compiere, affinché gli uomini avessero visto … affinché i cuori avessero schiuso le loro soglie avvelenate dal vizio ….”

In uno spasmo spirituale le visioni si perpetuavano in mille pellicole, fatte di sguardi e carezze; di parole e ansie per quel Figlio Prediletto. Vorticosamente affioravano le memorie di un tempo passato, dove un bimbo si stringeva, innamorato, alle braccia della madre.
Ed ecco il dolore arcuare quel corpo stremato da sudore e sangue; Ed ecco la fuga verso la notte ignobile, omicida:

“Figlio mio dove sei!? perché non trovo i Tuoi occhi in queste vie tortuose!? dove hanno nascosto il Tuo Divino viso!? dov’è la Tua parola buona!? dov’è quella mano delicata sulla mia …”

Camminò fino allo stremo; la pioggia aveva deposto le sue armi e, tra polvere e pietre, quella “Madre Dolorosa”, come un’ombra, cercava il Suo Angelo in mezzo a malfattori e profeti.
Ed ecco lì … quel corpo martoriato da ferite amare … venduto per qualche miserevole moneta d’argento, perire su quell’ultima via dolorosa, picchiando il capo tra i massi duri, mentre spine gli si conficcavano ad ogni palpito nelle cervella spossate:

“ Figlio … mio buon Figlio … cosa … cosa ti hanno fatto! Lascia che asciughi il Tuo Preziosissimo Sangue … lasciami morire con te in questo giorno fatale … fa che le mie carni si ricongiungano alle Tue in Paradiso!”


Gli occhi annientati, privi ormai di ogni lacrima, di ogni sensazione … solo un freddo sguardo di pietà, un pugnale insito nell’animo, coperto da un mantello nero di dolore; seguiva ogni passo, stringeva forte gli occhi ad ogni caduta, ad ogni colpo di frusta, ad ogni sputo vile, stringendo forte tra le mani le sue vesti luttuose :


“ Vedi madre … il mio cammino è appena iniziato; adesso tutti vedranno la grandezza
dell’ Altissimo, ed il mio sangue non si dissiperà su questi sassi duri e aguzzi.
Madre non piangere Tuo figlio … prega per la Sua anima e per quella di questa gente povera di spirito. Era scritto che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato percosso come agnello in mezzo ai lupi , per risorgere nella Santa Alleanza dello Spirito Santo.”


- Padre … Padre … tutto è compiuto! –


Maria, sotto quella Croce Sacra, abbracciava i piedi insanguinati del Cristo morto inchiodato all’emblema dell’umanità, mentre il mondo alle sue spalle sprofondava nell’ira Divina; tutto scompariva intorno ai loro corpi. C’era solo la danza delle loro anime su quel cenacolo celeste; c’era l’inizio di un nuovo mondo … c’erano gli occhi di una madre che stringeva al petto le spoglie del proprio Dio … mentre la terra, s’inginocchiava alla potenza del Cielo!



“Prediletta sono stata!
Madre e Figlia …
Sposa e Vergine …
Ho portato nel mio grembo
Il destino del mondo
I suoi occhi
Mi davano riparo
Nei dubbi …
Le sue mani
Mi regalavano la vita!
Ho generato la purificazione …
L’olio sacrale dello Spirito Santo
Ho concepito un uomo
E un Dio …
Ho visto morire sulla Croce
L’ieri …
L’oggi
… E il domani!”

poetanelcuore
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categoria : 04 racconti
sabato, 27 settembre 2008, ore 14:21

(Senza titolo)
Ove persi
le mie perle
in indomiti
sentieri
concatenati
a pensieri
lascivi e
scoscesi sì
da piangermi
tra desideri
di rivalsa
labili e sciocchi
come un uomo
di paglia che
sorride
avvolto dall'igne
torpore del
cuore non sia
mai di
perdermi senza
amore così
che tutto
l'esser mio
gentile s'asperge
tra mazzi di
betulle e rose
senza speme
finchè trovai il
sole a splendermi
in petto tra
nugoli d'assenza
e di dolore aperto
tornerò da te
ti promisi e
t'ho detto solo
per augurarti
la notte ed i
sogni fino a
tacitar le stelle
dentro ai tuoi
occhi mio
giovane amore
infinito e
perenne saremo
l'eterno che
sovrasta il
tempo senza
temere niente
ashurado
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categoria : 03 poesie
sabato, 27 settembre 2008, ore 11:08

(Senza titolo)

Macché miseria!
Aspide bruna e untuosa
Che brami le mie idee
Come ape iraconda che punge
Verbi e sintassi
Plastica sorte del poeta singhiozzante
Che d’echi e rime dispera
Nella notte del sinedrio

E tu …
Tu vipera zingara d’oriente
Rubi la mia linfa
E la doni ad Eolo
Ed ora Libeccio e Scirocco
Hanno verso

E di me la cetra suona …
Un labile requiem

poetanelcuore
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categoria : 03 poesie
sabato, 27 settembre 2008, ore 09:39

Griffa abrapampa
Speranze

Scintille di cielo
cadono al suolo
su noiose ragnatele di vita.
Si spengono tristi
nel vuoto virtuale
soffocate da indolenti presagi,
arse in quest'odio
che tutto macera.
isher
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categoria : 03 poesie
mercoledì, 24 settembre 2008, ore 14:32

Mezza-panoramica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbandoni www.sosbici.splinder.com

analkoliker
mercoledì, 24 settembre 2008, ore 07:46

(Senza titolo)
Verso
rossetto
dentro lo
specchio
ancora impazza
fra i suoi
passi Ofelia
indenne
sposa dell'utopia
attesa
forse son
rose le onde
del fiume
mentre si
raffredda il
cuore
l'orizzonte si
chiude
piccoli lapilli
son riarsi
ricordi di stelle
e sorrisi
"se solo tu mi
rapissi non mi
sentirei offesa"
Amleto cerca
tra gli asfodeli
ed i campi
le spoglie labbra
dei cadaveri
ormai è pallido
e freddo il
sole non ci
son più parole
d'amore
e vaga solitaria
come la
luna troppo distante
per riempir le
braccia
troppo pallida
per illividir la
luce Ofelia è
scalza la morte
la conduce in
quella silente
danza d'organza
oltre la vita
del fiume
ashurado
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categoria : 03 poesie
domenica, 14 settembre 2008, ore 04:04

Nascere è una cosa sporca

Birthmachine di H.R. Giger

Piscia sulle mie pagine bianche


stuprami con l’inchiostro


delle tue dita sporche



Vomita nel mio sesso


la tua ispirazione



Voglio l’orgasmo delle nove muse


mentre bevono dalla sorgente


di tutti gli scoli del mondo



Sono la tua fogna


sul monte Citerone



Calpestami coi tuoi piedi bucati


Oh Edipo



Smembra tuo padre



Copula con tua madre



Sii come Dio


il tuo serpente sarò io



Nutriti di conoscenza


nell’eterno ritorno


del bene e del male



Come mela dall’albero cadrò


sulla testa degli sciocchi



E la gravità mi avrà.

MoulinDesBureau