sabato, 24 gennaio 2009, ore 21:10

Teresa



Teresa ha trent'anni, ama il Bianco. Sono bianche le pareti della sua casa, bianco il barboncino, bianca la vecchia Bianchina a tre porte ereditata dal padre con i capelli ormai bianchi. Anche il compagno di Teresa ha i capelli bianchi e questo le basta, non le serve avere o sapere null'altro del suo uomo e se le chiedessero di descriverlo probabilmente si limiterebbe a fare una accurata descrizione dei suoi splendidi capelli bianchi.
Dove sia cominciata la passione di Teresa per il bianco non è dato saperlo, aspetto persino oscuro all'analista, che Teresa ha scelto basandosi sul tasso di bianchezza di costui, tale Dott. Bernardo Bianchi, dai capelli folti e brizzolati il quale ama indossare camice  dal collo alto, elegantemente fuori moda e rigorosamente bianche.
Teresa ama il bianco per la sua assolutezza: il bianco è bianco, non esiste il meno bianco. Il meno bianco non è bianco, è solo sporco. Così come non esiste il più bianco, se fosse più bianco vorrebbe dire che in qualche modo si avvicina ad un colore, dunque non è bianco.
Il bianco di Teresa è allo stesso tempo inizio e fine di ogni cosa.
Una bella donna di trentanni cresciuta serenamente, eccellente negli studi, una buona predisposizione per gli sport in genere, un lavoro gratificante, un conto in banca che le consente una vita agiata e non ultimo, una vita ricca di relazioni.
Nonostante tutto è triste, angosciata, insoddisfatta.
Non bastano il suo metro e settanta, un corpo a dir poco perfetto, la naturale ed aristocratica eleganza che fanno di Teresa una donna indubbiamente bella.
La pendola del salotto batte le due del pomeriggio e come ogni pomeriggio, Teresa si ferma, non importa cosa stia facendo, questa è l'ora del “Bianco a tutti i costi, costi quel che costi”!
Infila l'accappatoio, si versa una tazza di tè, spegne il cellulare e si dirige verso il bagno, chiude la porta alle spalle con due giri di chiave e si siede davanti allo specchio. Poi comincia a piangere. Lacrime liberatorie che con i minuti divengono rigagnoli di disperazione. Poi il silenzio. Un lungo silenzio che spesso l'accompagna sino a sera. Lo sguardo rivolto allo specchio, gli occhi impietosi che passano dalla  rabbia alla rassegnazione, a scrutare ossessivamente ogni singolo filo di capello.
Attende, attende pazientemente l'arrivo della vecchiaia in cui quei capelli sbiancati  le diano finalmente la compiutezza di sé.
analkoliker
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categoria : 04 racconti
martedì, 20 gennaio 2009, ore 20:08

scarpe piediSeconda Parte

Dal diario di viaggio Senza fissa dimora di successo

                                                                       Bologna inverno 2005

A questo punto devo trovare un posto per la notte, anche se qualcosa  su come trovare un posto in cui dormire l'ho imparata, questa della ricerca di un luogo tranquillo tutti i santi giorni resta una scocciatura. Dormire in città non se ne parla neppure, devo puntare sulla periferia: un paesino,un borgo o uno spazio pubblico all'aperto. Per stare sereno devo cercare un luogo “non ideale” per montare la tenda, li ci trovo sempre qualcuno più sfigato di me, che si fa rassicurare da quegli elementi che si avvicinano in qualche modo ad una casa: una tettoia, un parcheggio illuminato, il muro di cinta di una casa abbandonata,e se non sono sfigati sono giovinetti del paese vicino che vengono a farsi le seghe e fumare, senza parlare della criminalità che utilizza le case abbandonate per occultare refurtiva e chissà quant'altro. A Torino mi  ero svegliato in una cascina abbandonata, ci ero arrivato col buio e al mattino mi sono reso conto che il muro a fianco era crivellato di copi di arma da fuoco. Dormire in un poligono di tiro clandestino non è certo un bel modo di cominciare un viaggio, dunque la strategia che mi sono dato è quella di cercare riparo in quelli che definirei “Non luoghi”, posti non propriamente rassicuranti, anonimi, di scarso interesse, tipo la cabina dell'alta tensione dell'Enel in cui nessuno si è curato neppure di chiudere la porta, un bosco incolto o un prato di rovi o con piccoli arbusti selvatici, che possano ripararmi dalla vista dei passanti.
Questa notte ho dormito a Tavernelle nella periferia Bolognese in una vigna, tutto torna e il mio cartone di Tavernello si colloca perfettamente in questa cornice. Pochi minuti per montare la tenda, smonto le borse dalla bici le butto dentro e per prima cosa accendo la radio, il mio aggancio con il mondo. Radio parlata come Radio Radica e Radio 24. Non so cosa sia peggio non avere il vino o la radio, la solitudine e ancor di più il senso di isolamento dal resto del mondo possono essere una punizione. Ho le mie frequenze preferite: Fiorello e Baldini intorno a mezzogiorno con replica elle ventidue, gli approfondimenti sulla politica italiana di Radio Radicale, i radiogiornali di Radio 24 per poi finire occasionalmente su Radio  Maria e Radio Vaticana
E poi arriva la notte, buia, fredda, di un silenzio fitto di rumori,
analkoliker
lunedì, 19 gennaio 2009, ore 05:32

Impronte di perle alla porta

L'esteso ed imponente corridoio, come un burbero e riluttante padrone di casa sentenzia senza indulgere sugli ospiti al loro passaggio, e cerca come un segugio di decifrarne caratteristiche e intenzioni dall'odore dei loro passi, per agevolarne o ostacolarne il compimento.

Durante la giornata diviene un fiume scrosciante allo scompiglio di pieghe increspate della gonna di Ines, la responsabile della servitù.

O una strada lastricata di ciottoli ingombranti, acuminati fra gli ingordi salti di Ludmilla ed Edoardo.

Il suo freddo e incessante sguardo conta le ore della giornata sul volto segnato ed elegante dell'orologio a pendolo, a metà del corridoio; dalla grande finestra come un guardiano fedele sorveglia, accoglie e distoglie gli abitanti e gli ospiti.

E' la luce l'ospite più indiscreta ma anche quella più rassicurante, che scalda e consola quegli ingranaggi avviliti e rattrappiti come un vecchio bastone.

Da un po' di tempo il corridoio è diventato insofferente. Troppi passi si confondono nelle ore più nascoste e arrivano fin dove non può seguirli, lungo la maestosa e vanitosa scalinata principale che conduce alle camere.

Le disposizioni sono chiare, i candelabri spiano e conservano nei loro fiochi lumi una cronaca dettagliata di spostamenti e gesti.

Anche le specchiere in cima alla scalinata hanno il loro compito, memorizzare la fisionomia di coloro che salgono e scendono, come  ritrattisti che tentino di fare un identikit, dalle dichiarazioni rilasciate sulla base di ricordi sfuocati  raccolti dai testimoni di un crimine.

La casa partecipa degli avvenimenti che accadono, degli oggetti che scompaiono, delle parole che vengono assorbite o resumate dall'umidità delle pareti; custodisce, nasconde ma non ruba, poichè non desidera.

 

- Ines!

- Sì signora...

- Non trovo più la mia collana di perle...

- Non è possibile signora, è sempre stata nel portagioie sul suo comò, l'ho spolverato io proprio due giorni fa.

- Dov'è la servitù?

- I membri della servitù, sono tutte persone fidate, lo sa bene... E sono monitorati da me costantemente.

- Crede sia stata la casa a rubare la mia collana?

- No signora, non mi permetterei di insinuare una tale castroneria.

- Il signore è uscito presto questa mattina? Non ho sentito la sua auto.

- Il signor Riccardo è qui a letto con me, stanotte non si è sentito molto bene, così ne ho approfittato per far venire il meccanico a prendere l'auto, da qualche giorno borbottava in modo insolito.

- Vuole che porti del brodo caldo per il signore?

- Non si preoccupi Ines, penso io a mio marito, lei si occupi della servitù senza indugi e dell'andamento casa, veda di ritrovare la mia collana al più presto o sarò costretta a prendere seri provvedimenti.

- Bambini! Subito a rapporto...

I passi inciampano, si mangiano sugli scalini e a seguito una lunga coda pelosa sfoggia incurante l'oggetto fonte di vanità e preoccupazione della signora Felicia, scortato da ingenue impronte di sangue.

MoulinDesBureau
lunedì, 12 gennaio 2009, ore 10:55

 

Love addiction e reciso il filo di Penelope
il cammino è sospeso tra fila di ferro nuvole;
le vertigini governano il risiedere tolleranza
smarrito in antiche anamnesi lo scrigno del giusto io.

Inabissare è l'unica possibilità rimasta
inevitabile il reiterato bisogno di quercia;
perpetua l'occorrenza di alto fuoco e soave miele
caratteristica epidemiologica di tenerezza.

Pecularietà affettiva preme su sopravvivenza
pensieri e vissuti emotivi danzano girando;
sguardo fisso nel canestro bisogno attanaglia respiro
catena di clorofilla non ammette mancanza di luna.

 

IrisDark
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categoria : 03 poesie
venerdì, 09 gennaio 2009, ore 23:59

Il Nascondiglibro

 


After Dark di Haruki Murakami

Einaudi, 2008


Image of After Dark

Protagonisti e spettatori. Noi, che nell'oscurità seguiamo gli intrecci di vite che non possiamo alterare. Con mani che non possiamo protendere, inermi, di fronte allo svolgersi di piccole e grandi tragedie. In questa posizione suggestiva e di importanza, ci pone e si pone, Haruki Murakami. Le storie principali si dipanano ed intrecciano nella notte mentre le altre vite ci danzano intorno come comprimari di prima qualità. Quindi, guardiamo, ci avviciniamo e nemmeno il nostro respiro può disturbare le vicende di Mari ed Eri, due sorelle che sembrano distanti chilometri una dall'altra.

Siamo in una metropoli, le luci della notte che illuminano a giorno, e poi, ci ritroviamo in un bar, con Mari che non vuole tornare a casa e sembra una ragazzina annoiata ed apatica. La incontra, per caso, un ragazzo che conosceva sua sorella e comincia a raccontarsi e far domande. Mari racconta poco ma capiamo che qualcosa c'è dietro questa patina che la nasconde, c'è un'impazienza, un'angoscia che non vuole far scoprire a nessuno. La notte si estende e sembra infinita mentre arriviamo in un love hotel e scopriamo anche una notte crudele con una prostituta cinese giovanissima picchiata da un cliente. Incontriamo chi l'ha picchiata e scopriamo un po' della sua vita da programmatore informatico. Ritroviamo e perdiamo Mari. Ma una costante c'è. Eri. Lei, dorme mentre gli altri tutti intorno corrono e impazzano nella vita, lei ha deciso di dormire. E così, in quel posto lontano dal mondo reale, lei sente tutto e non capisce se è rimasta prigioniera o cosa. E noi come spettatori non possiamo far altro che sperare che questi destini trovino un po' di pace.

 

Una curiosità, una delle cameriere del love hotel ad un certo punto canta appassionatamente una canzone...


oopsydaze