
LO STRANIERO

Immagine: http://willko.deviantart.com/art/blind-52326440
Il mendicante tu sei...
fra le macchie d'olio
lasciate dalle macchine
tu nascondi le tue impronte.
Copri col tuo flauto
gli sguardi dei passanti,
ti proteggono le scure note
come occhiali
dalle ingiurie del sole,
testimone e coltello
ha sedotto l'ingenuità
del tuo primo amore
incesto.
Tende bucate

Dal film "Spione" di F. A. Wagner
Tende bianche
di vergogna masticate
come tane
da pensieri domiciliari
nei buchi di un Gruviere
di una trappola per topi.
Grattano le fogne
cani senza coda
girano in circolo
per morder l'ombra
del proprio vicino.
Apri la porta
respira l'odore
del mio mondo intestino,
leva la tenda
del tuo spioncino.
Un treno chiamato desiderio

Impronte di perle alla porta


L'esteso ed imponente corridoio, come un burbero e riluttante padrone di casa sentenzia senza indulgere sugli ospiti al loro passaggio, e cerca come un segugio di decifrarne caratteristiche e intenzioni dall'odore dei loro passi, per agevolarne o ostacolarne il compimento.
Durante la giornata diviene un fiume scrosciante allo scompiglio di pieghe increspate della gonna di Ines, la responsabile della servitù.
O una strada lastricata di ciottoli ingombranti, acuminati fra gli ingordi salti di Ludmilla ed Edoardo.
Il suo freddo e incessante sguardo conta le ore della giornata sul volto segnato ed elegante dell'orologio a pendolo, a metà del corridoio; dalla grande finestra come un guardiano fedele sorveglia, accoglie e distoglie gli abitanti e gli ospiti.
E' la luce l'ospite più indiscreta ma anche quella più rassicurante, che scalda e consola quegli ingranaggi avviliti e rattrappiti come un vecchio bastone.
Da un po' di tempo il corridoio è diventato insofferente. Troppi passi si confondono nelle ore più nascoste e arrivano fin dove non può seguirli, lungo la maestosa e vanitosa scalinata principale che conduce alle camere.
Le disposizioni sono chiare, i candelabri spiano e conservano nei loro fiochi lumi una cronaca dettagliata di spostamenti e gesti.
Anche le specchiere in cima alla scalinata hanno il loro compito, memorizzare la fisionomia di coloro che salgono e scendono, come ritrattisti che tentino di fare un identikit, dalle dichiarazioni rilasciate sulla base di ricordi sfuocati raccolti dai testimoni di un crimine.
La casa partecipa degli avvenimenti che accadono, degli oggetti che scompaiono, delle parole che vengono assorbite o resumate dall'umidità delle pareti; custodisce, nasconde ma non ruba, poichè non desidera.
- Ines!
- Sì signora...
- Non trovo più la mia collana di perle...
- Non è possibile signora, è sempre stata nel portagioie sul suo comò, l'ho spolverato io proprio due giorni fa.
- Dov'è la servitù?
- I membri della servitù, sono tutte persone fidate, lo sa bene... E sono monitorati da me costantemente.
- Crede sia stata la casa a rubare la mia collana?
- No signora, non mi permetterei di insinuare una tale castroneria.
- Il signore è uscito presto questa mattina? Non ho sentito la sua auto.
- Il signor Riccardo è qui a letto con me, stanotte non si è sentito molto bene, così ne ho approfittato per far venire il meccanico a prendere l'auto, da qualche giorno borbottava in modo insolito.
- Vuole che porti del brodo caldo per il signore?
- Non si preoccupi Ines, penso io a mio marito, lei si occupi della servitù senza indugi e dell'andamento casa, veda di ritrovare la mia collana al più presto o sarò costretta a prendere seri provvedimenti.
- Bambini! Subito a rapporto...
I passi inciampano, si mangiano sugli scalini e a seguito una lunga coda pelosa sfoggia incurante l'oggetto fonte di vanità e preoccupazione della signora Felicia, scortato da ingenue impronte di sangue.
Venere in pelliccia

Immagine: Guido Crepax - Venere in pelliccia
"Queste città hanno l'odore di una brutta confessione..."
I suoi peccati
sono le sigarette
sui marciapiedi
i voluttuosi e barocchi raggi del sole
ostentati
come una parure di gioielli
da una vecchia signora
che non rinuncia
alla sua vanità
e indossa
una pelliccia di smog.
I suoi ricordi
sono una tappezzeria
di manifesti pubblicitari
e i sentimenti si alternano
nei tre colori del semaforo.
Peli pubici spuntano
agli angoli delle strade
e assorbono i racconti
dai passi depositati
come residui di cibo
tra i denti.
Non ha padrone
e a tutti è asservita,
nel suo sorriso beffardo
da zingara,
finestre aperte
balconi sporgenti
panni stesi,
e un dente d'argento
è la lapide nel cimitero,
perchè morire in città
è un vezzo.
Il valzer degli innocenti

Gira cullata
da una melodia di note,
esauste
come i pianti
di bambini mai nati.
Li hanno custoditi
nei loro ventri,
madri vergini
a gambe aperte
in attesa di parti
d'inchiostri marci.
I cavalli della giostra
giacciono stramazzati
con una siringa nel fianco.
Gocce di penicillina
escono dall'ago,
battono il tempo
di un ultimo giro.
E' la muffa
sotto i tacchi
l'unica creatura
che ancora pulsa,
l'eco di una trama
calpestata
nel nero sangue,
da un'ingenua giravolta
cucita
con un punto a croce,
nel fumo di Londra.
Il cantico Sto-nato (delle creature)

Come Shakespeare io dì-vèrto
a farsi burla di Messer Rivoletto,
voi tutti.
E’ marito geloso che si dà pena
a crear scompiglio
in una beffa per Codesto e Quello,
altro gigante con le corna.
In completa ignoranza,
in questo Bosco,
già abitano...
...Si è addentrato
corrotto è,
pizzicato
a gara e con durezza
da Folletti e Fate
fino a mattina,
e pinzato per la sua sconcezza.
E’ giorno,
le Zanzare
escon dalla scena,
subito vengono catturate
da una zanzariera.
Soffocano le Fate appena nate,
nel Bosco son note stonate!
Il Gufo dirige l’orchestra
e la Civetta l’accompagna
con la sua voce Ginestra.
Ancora le Gramigne fan patti con l’Ortiche:
- se sentite odor di bile,
ci dobbiam dare un morso
a quel gigante vile.
Intanto stridono fra le Foglie
le Bisce strisciando
e con le ali il Gufo incita:
- Avanti, alto questo canto!
Cosi per l’aria fetida
sul naso di un Bastardo,
anche le Mosche stavan arrivando.
Eppure,
mi sa tanto che era femmina,
quel Lupo di buon ora
che andava zoppicando:
- E’ nato é nato!
E le creature del Bosco lo sapevan già...
Per questo hanno intonato
il Laudes creaturarum, can-tico Sto-nato.
Han sentito avvicinarsi
con passo dondolante quel falso Cervo
di Falstaff incurante.
Lui, solo al suo incontro pensava,
con le due Comari di Windsor
che invece per ingiurie lo aspettavan.
Di certo non poteva immaginare
che Zanzare Mosche Ortiche Gramigne e Bisce
eran nel Bosco già prima di Lui
pronti a festeggiare....
L'attesa del pasto di cemento

Man Ray - Mannequin
In queste quattro mura
sorrette da Atlante
io vedo dalla finestra
il fuoco plasmatore di Prometeo
che incendia l'orizzonte di dei
nel loro crepuscolo.
Siamo divinità
col volto cullato
in una gabbia
di cemento.
La Sfinge ci imbocca
con cenere
di enigmi.
La nostra pace si cela
nell'attesa
di un pasto
nel traffico.
La vanità della cenere
Khnopff - Studio per Il sangue della Medusa (1896)
Luci affamate
ebbre di realtà
masticano sale
di viltà.
Minacciano l'oscurità
che profuma di cenere
come Eco
distratta dalla pietra
bramosa di vanità.
Il fumo degli Indi-visibili

Polsi legati da sogni elettrici
divenuti fumo
di atomi incastrati
gli uni agli altri,
come dita delle mani
sciolte solo dalla musica
di una scimmietta
che suona il pianoforte.
(Dedicata a tutte le vittime della psichiatria e in special modo a coloro che hanno dovuto subire l'elettroshock)
Onora il padre e la madre

Immagine tratta dal film "Eraserhead" di David Lynch
Il lamento acuto e violento si snodava attraverso lo strazio, che intorno a lui si stringeva, come il cordone ombelicale che ora giaceva viscido, in una bacinella asciutta, ai piedi del lettino nella sala parto.
Lo specchio, per la prima volta, gli restituiva lo sgomento e il disgusto che aveva sempre assaporato sui volti di coloro che incontrava; si componeva così, il ricordo delle espressioni di quegli sconosciuti, che si deformavano in smorfie, come in un labirinto di specchi, in cui veniva riflessa da più angoli la sua stessa immagine. Fino a quel momento aveva sempre indossato occhiali scuri, e tenuto il viso coperto da un cappuccio nero di cotone o di lana, a seconda della stagione. Tanto che ormai la luce gli era diventata ostile, a causa dell' iperprotezione agli occhi. La casa era stata privata fin dalla sua nascita di qualsiasi specchio, e l'unico strumento di illuminazione adottato erano le candele. Gli era stato evitato con cura, l'incontro con quella superficie impietosa, ma ora la sua rabbia aveva un volto, il suo. Corse fuori dal monolocale, dove era andato ad abitare dopo la morte dei suoi genitori. Il volto coperto dal cappuccio nero di lana lasciava scoperti solo gli occhi, la tempesta imperversava, il cielo strepitava lanciando i suoi furori, Demian si tolse il cappuccio, ma neppure il sale della pioggia riusciva a cicatrizzare i segni scavati nel suo viso come profonde e robuste radici. La morte dei signori Vaine era rimasta un mistero per il quartiere di Monmartre.
Aveva tenuto per giorni le bende, in cui si era sentito dopo tanto tempo, cullato come in una bambagia, ed ora come un lungo e aggrovigliato cordone ombelicale le staccava e srotolava dal suo volto. La sua pelle era liscia e levigata, come quella della superficie tanto temuta. Le abili e licenziose mani del dottor Boue avevano operato come una rugosa carta a vetro che era riuscita a spianare le rovine di Demian. Demian conservò gli scarti della pelle dei suoi genitori e il sangue avanzato che non era servito durante l'operazione.
A passo lento Demian si avvicinò ad una chiesa, attirato dal familiare bagliore delle candele, dal rassicurante e lontano suono della voce del sacerdote, e dal riposante profumo di incenso. Non era mai stato a catechismo perchè i suoi genitori erano ebrei e non l'avevano neppure mai obbligato ad andare con loro nella sinagoga. Sapevano che una volta cresciuto Demian avrebbe deciso da sè quale religione seguire. Davanti all'ingresso della chiesa fu colto da un ricordo, un commento acceso urlato da un suo compagno all'uscita di scuola, 10 anni prima.
- Lebbroso! Neppure Gesù Cristo avrebbe compassione per te.
Entrò in chiesa, si sedette su una delle panche di legno e cercò di imitare i gesti dei fedeli durante la messa. Si inginocchiò, ascoltò con attenzione le parole del sacerdote che si insinuavano fra i suoi pensieri, come pellegrini in cerca di una dimora, e lui le accolse.
Demian avanzava preoccupato ed ansioso verso l'aula, i bambini in attesa del sacerdote correvano tra le sedie e si tiravano aeroplanini di carta, le loro voci si facevano sempre più vicine a stringerlo, si allargò il colletto con l'indice destro ed aprì la porta con un gesto deciso. I bambini si ricomposero.
- Io sono il vostro sacerdote, insieme seguiremo un percorso di conoscenza e di consapevolezza dei testi sacri e della parola di Gesù, che si è sacrificato per noi. Il nostro modo per glorificarlo è di ascoltare sempre la nostra coscienza.
Demian si avvicinò alla lavagna, prese un gessetto, lo girò fra l'indice e il pollice destro, e scrisse:
"Onor..." il gessetto graffiò la lavagna, i bambini si tapparono le orecchie. Demian lo raccolse e finì di scrivere la frase:
"Onora il padre e la madre".
Nascere è una cosa sporca

Birthmachine di H.R. Giger
Piscia sulle mie pagine bianche
stuprami con l’inchiostro
delle tue dita sporche
Vomita nel mio sesso
la tua ispirazione
Voglio l’orgasmo delle nove muse
mentre bevono dalla sorgente
di tutti gli scoli del mondo
Sono la tua fogna
sul monte Citerone
Calpestami coi tuoi piedi bucati
Oh Edipo
Smembra tuo padre
Copula con tua madre
Sii come Dio
il tuo serpente sarò io
Nutriti di conoscenza
nell’eterno ritorno
del bene e del male
Come mela dall’albero cadrò
sulla testa degli sciocchi
E la gravità mi avrà.
Cieli calpestati

Immagine di Amie Dicke
Scale esauste
abitate da una strage di capelli.
Luna,
esanime maitresse
di un cielo imbrattato
di stelle vergini.
Ed io supernova cadente
stendo un tappeto di sangue
per i cieli calpestati.
Ultimo Romanticismo
Marcel Duchamp (1887-1968) - Fountain
*
Compìto, adesso?
Tirare lo sciacquone,
il paradosso del tempo si compie.
In fondo alla tazza vuota Achille,
lo stomaco accumula sudore,
la tartaruga aspetta Zenone...
Se lo stomaco é svuotato,
il paradosso, adesso?
Per un orgasmo arrivare
o aspettare
é lo stesso.
Sotto le coperte o al freddo
con un dito
dentro l’ultimo romanticismo rimasto:
- Vomitato adesso?
- Adesso ?
(2003)
Imagine...
Non c'è solitudine in grado di ardere il mondo
non c'è cavallo di legno in grado di espugnare la fortezza di una città
non c'è ombra in grado di staccarsi dai piedi del suo padrone
non c'è musica in grado di commuovere un carro armato
non c'è mano in grado di tramutare dell'oro in un uomo.
non c'è rogo contro la memoria, senza un mondo immaginato.
Imagine...
"Arabeschi raffinati..."di Renzo Verdone
Adagio in porcellana amara
Diluisco il pensiero di te
in queste note oleose,
conservo le mie mani anguste
nel riserbo dell'inchiostro,
un sorriso di braccia serrate,
tremante pudore in porcellana.
Come il risvolto di una tenda
scivola l'anelito di te
e si adagia sul pavimento,
si specchia lucido nel parquet di legno.
Ascoltando Mother's journey di Yann Tiersen
"Donna fra i rovi" di Gianfranco Rontani
Struggle for pleasure
Inspiro le note, ebbre e profumate,
rovi rampicanti su per le narici,
i tasti mi battono nella testa,
solleticano sotto i piedi,
sui polpastrelli delle mani.
Mani aggrovigliate spremono le note
in una tesa e concentrata sinfonia,
una preghiera,
una danza di ombre,
si rincorrono sulle pareti.
Le gambe sciolgono i loro nodosi intrecci muscolari,
le ossa scricchiolano,
avvelenate vorticosamente dai suoni.
Mi strozzano le vene,
sono filatrici nel mio cervello,
lo bucano e lo ricuciono,
lo succhiano come un'ostrica,
strappano la carne di dosso.
Capitolano lieti gli avvoltoi.
Ascoltando "Struggle for pleasure" di Wim Mertens
VIOLINO STANCO
Mani di fanciulli
sporche di rose e tabacco,
musica esausta dei clacson,
degli umori di città.
Facce immobili,
passi inerti senza sale
solo, l'odore acre del sole.
Come i limoni
del sapone sui vetri delle macchine,
della poesia di Montale.
Racconti rossi di rabbia e sangue,
sulle magliette
il volto di Che Guevara.
Un violino in lontananza
canta, stanco
come il motore di un auto o l'eco di un addio.