Parole sante
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Mi trovavo in un grosso centro di telefonia per valutare un nuovo contratto per il mio cellulare.

Impronte di perle alla porta


L'esteso ed imponente corridoio, come un burbero e riluttante padrone di casa sentenzia senza indulgere sugli ospiti al loro passaggio, e cerca come un segugio di decifrarne caratteristiche e intenzioni dall'odore dei loro passi, per agevolarne o ostacolarne il compimento.
Durante la giornata diviene un fiume scrosciante allo scompiglio di pieghe increspate della gonna di Ines, la responsabile della servitù.
O una strada lastricata di ciottoli ingombranti, acuminati fra gli ingordi salti di Ludmilla ed Edoardo.
Il suo freddo e incessante sguardo conta le ore della giornata sul volto segnato ed elegante dell'orologio a pendolo, a metà del corridoio; dalla grande finestra come un guardiano fedele sorveglia, accoglie e distoglie gli abitanti e gli ospiti.
E' la luce l'ospite più indiscreta ma anche quella più rassicurante, che scalda e consola quegli ingranaggi avviliti e rattrappiti come un vecchio bastone.
Da un po' di tempo il corridoio è diventato insofferente. Troppi passi si confondono nelle ore più nascoste e arrivano fin dove non può seguirli, lungo la maestosa e vanitosa scalinata principale che conduce alle camere.
Le disposizioni sono chiare, i candelabri spiano e conservano nei loro fiochi lumi una cronaca dettagliata di spostamenti e gesti.
Anche le specchiere in cima alla scalinata hanno il loro compito, memorizzare la fisionomia di coloro che salgono e scendono, come ritrattisti che tentino di fare un identikit, dalle dichiarazioni rilasciate sulla base di ricordi sfuocati raccolti dai testimoni di un crimine.
La casa partecipa degli avvenimenti che accadono, degli oggetti che scompaiono, delle parole che vengono assorbite o resumate dall'umidità delle pareti; custodisce, nasconde ma non ruba, poichè non desidera.
- Ines!
- Sì signora...
- Non trovo più la mia collana di perle...
- Non è possibile signora, è sempre stata nel portagioie sul suo comò, l'ho spolverato io proprio due giorni fa.
- Dov'è la servitù?
- I membri della servitù, sono tutte persone fidate, lo sa bene... E sono monitorati da me costantemente.
- Crede sia stata la casa a rubare la mia collana?
- No signora, non mi permetterei di insinuare una tale castroneria.
- Il signore è uscito presto questa mattina? Non ho sentito la sua auto.
- Il signor Riccardo è qui a letto con me, stanotte non si è sentito molto bene, così ne ho approfittato per far venire il meccanico a prendere l'auto, da qualche giorno borbottava in modo insolito.
- Vuole che porti del brodo caldo per il signore?
- Non si preoccupi Ines, penso io a mio marito, lei si occupi della servitù senza indugi e dell'andamento casa, veda di ritrovare la mia collana al più presto o sarò costretta a prendere seri provvedimenti.
- Bambini! Subito a rapporto...
I passi inciampano, si mangiano sugli scalini e a seguito una lunga coda pelosa sfoggia incurante l'oggetto fonte di vanità e preoccupazione della signora Felicia, scortato da ingenue impronte di sangue.
Onora il padre e la madre

Immagine tratta dal film "Eraserhead" di David Lynch
Il lamento acuto e violento si snodava attraverso lo strazio, che intorno a lui si stringeva, come il cordone ombelicale che ora giaceva viscido, in una bacinella asciutta, ai piedi del lettino nella sala parto.
Lo specchio, per la prima volta, gli restituiva lo sgomento e il disgusto che aveva sempre assaporato sui volti di coloro che incontrava; si componeva così, il ricordo delle espressioni di quegli sconosciuti, che si deformavano in smorfie, come in un labirinto di specchi, in cui veniva riflessa da più angoli la sua stessa immagine. Fino a quel momento aveva sempre indossato occhiali scuri, e tenuto il viso coperto da un cappuccio nero di cotone o di lana, a seconda della stagione. Tanto che ormai la luce gli era diventata ostile, a causa dell' iperprotezione agli occhi. La casa era stata privata fin dalla sua nascita di qualsiasi specchio, e l'unico strumento di illuminazione adottato erano le candele. Gli era stato evitato con cura, l'incontro con quella superficie impietosa, ma ora la sua rabbia aveva un volto, il suo. Corse fuori dal monolocale, dove era andato ad abitare dopo la morte dei suoi genitori. Il volto coperto dal cappuccio nero di lana lasciava scoperti solo gli occhi, la tempesta imperversava, il cielo strepitava lanciando i suoi furori, Demian si tolse il cappuccio, ma neppure il sale della pioggia riusciva a cicatrizzare i segni scavati nel suo viso come profonde e robuste radici. La morte dei signori Vaine era rimasta un mistero per il quartiere di Monmartre.
Aveva tenuto per giorni le bende, in cui si era sentito dopo tanto tempo, cullato come in una bambagia, ed ora come un lungo e aggrovigliato cordone ombelicale le staccava e srotolava dal suo volto. La sua pelle era liscia e levigata, come quella della superficie tanto temuta. Le abili e licenziose mani del dottor Boue avevano operato come una rugosa carta a vetro che era riuscita a spianare le rovine di Demian. Demian conservò gli scarti della pelle dei suoi genitori e il sangue avanzato che non era servito durante l'operazione.
A passo lento Demian si avvicinò ad una chiesa, attirato dal familiare bagliore delle candele, dal rassicurante e lontano suono della voce del sacerdote, e dal riposante profumo di incenso. Non era mai stato a catechismo perchè i suoi genitori erano ebrei e non l'avevano neppure mai obbligato ad andare con loro nella sinagoga. Sapevano che una volta cresciuto Demian avrebbe deciso da sè quale religione seguire. Davanti all'ingresso della chiesa fu colto da un ricordo, un commento acceso urlato da un suo compagno all'uscita di scuola, 10 anni prima.
- Lebbroso! Neppure Gesù Cristo avrebbe compassione per te.
Entrò in chiesa, si sedette su una delle panche di legno e cercò di imitare i gesti dei fedeli durante la messa. Si inginocchiò, ascoltò con attenzione le parole del sacerdote che si insinuavano fra i suoi pensieri, come pellegrini in cerca di una dimora, e lui le accolse.
Demian avanzava preoccupato ed ansioso verso l'aula, i bambini in attesa del sacerdote correvano tra le sedie e si tiravano aeroplanini di carta, le loro voci si facevano sempre più vicine a stringerlo, si allargò il colletto con l'indice destro ed aprì la porta con un gesto deciso. I bambini si ricomposero.
- Io sono il vostro sacerdote, insieme seguiremo un percorso di conoscenza e di consapevolezza dei testi sacri e della parola di Gesù, che si è sacrificato per noi. Il nostro modo per glorificarlo è di ascoltare sempre la nostra coscienza.
Demian si avvicinò alla lavagna, prese un gessetto, lo girò fra l'indice e il pollice destro, e scrisse:
"Onor..." il gessetto graffiò la lavagna, i bambini si tapparono le orecchie. Demian lo raccolse e finì di scrivere la frase:
"Onora il padre e la madre".
Madre
Era una notte di duemila anni fa, una notte diversa dalle altre, una notte senza fine!
Non c’erano stelle che emergevano in quel cielo; non c’era la luna ad illuminare i passi tra le tenebre; c’era solo un vento rabbioso che piangeva l’ingiustizia dell’innocenza, congiunto ad una pioggia fine, purificatrice di strade e menti.
Non sapeva dove fosse suo figlio, ma un’inquietudine non le recava pace nell’anima.
Una mestizia avvelenata le trafiggeva i sensi; non c’era pensiero che avesse potuto darle sollievo; non c’era respiro che avrebbe potuto darle conforto:
“OH signore! Dio dolce! perché stanotte il mio tormento non mi da pace!? perché le mie viscere tuonano irrefrenabilmente!? la mia bocca è aspra, non sente il sapore dolce dell’aria che canta al di là delle finestre. Dimmi dov’è mio figlio! Dimmi che il Suo verbo è ancora vitale … che quella linfa non si è estinta in questa notte gelida!
Ho accettato il Tuo dono; ho generato il Tuo seme; l’ho guidato nel Tuo Spirito; ho preparato i Suoi pranzi; ho ascoltato le Sue parole; ho visto i Suoi tormenti … ed ora il mio compito sembra giunto all’ultimo gradino di una scala difficile! sembra che le mie mani non riescano più a stringere il vento nei loro pugni … Ma sapevo, sapevo che tutto si sarebbe dovuto compiere, affinché gli uomini avessero visto … affinché i cuori avessero schiuso le loro soglie avvelenate dal vizio ….”
In uno spasmo spirituale le visioni si perpetuavano in mille pellicole, fatte di sguardi e carezze; di parole e ansie per quel Figlio Prediletto. Vorticosamente affioravano le memorie di un tempo passato, dove un bimbo si stringeva, innamorato, alle braccia della madre.
Ed ecco il dolore arcuare quel corpo stremato da sudore e sangue; Ed ecco la fuga verso la notte ignobile, omicida:
“Figlio mio dove sei!? perché non trovo i Tuoi occhi in queste vie tortuose!? dove hanno nascosto il Tuo Divino viso!? dov’è la Tua parola buona!? dov’è quella mano delicata sulla mia …”
Camminò fino allo stremo; la pioggia aveva deposto le sue armi e, tra polvere e pietre, quella “Madre Dolorosa”, come un’ombra, cercava il Suo Angelo in mezzo a malfattori e profeti.
Ed ecco lì … quel corpo martoriato da ferite amare … venduto per qualche miserevole moneta d’argento, perire su quell’ultima via dolorosa, picchiando il capo tra i massi duri, mentre spine gli si conficcavano ad ogni palpito nelle cervella spossate:
“ Figlio … mio buon Figlio … cosa … cosa ti hanno fatto! Lascia che asciughi il Tuo Preziosissimo Sangue … lasciami morire con te in questo giorno fatale … fa che le mie carni si ricongiungano alle Tue in Paradiso!”
Gli occhi annientati, privi ormai di ogni lacrima, di ogni sensazione … solo un freddo sguardo di pietà, un pugnale insito nell’animo, coperto da un mantello nero di dolore; seguiva ogni passo, stringeva forte gli occhi ad ogni caduta, ad ogni colpo di frusta, ad ogni sputo vile, stringendo forte tra le mani le sue vesti luttuose :
“ Vedi madre … il mio cammino è appena iniziato; adesso tutti vedranno la grandezza
dell’ Altissimo, ed il mio sangue non si dissiperà su questi sassi duri e aguzzi.
Madre non piangere Tuo figlio … prega per la Sua anima e per quella di questa gente povera di spirito. Era scritto che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato percosso come agnello in mezzo ai lupi , per risorgere nella Santa Alleanza dello Spirito Santo.”
- Padre … Padre … tutto è compiuto! –
Maria, sotto quella Croce Sacra, abbracciava i piedi insanguinati del Cristo morto inchiodato all’emblema dell’umanità, mentre il mondo alle sue spalle sprofondava nell’ira Divina; tutto scompariva intorno ai loro corpi. C’era solo la danza delle loro anime su quel cenacolo celeste; c’era l’inizio di un nuovo mondo … c’erano gli occhi di una madre che stringeva al petto le spoglie del proprio Dio … mentre la terra, s’inginocchiava alla potenza del Cielo!
“Prediletta sono stata!
Madre e Figlia …
Sposa e Vergine …
Ho portato nel mio grembo
Il destino del mondo
I suoi occhi
Mi davano riparo
Nei dubbi …
Le sue mani
Mi regalavano la vita!
Ho generato la purificazione …
L’olio sacrale dello Spirito Santo
Ho concepito un uomo
E un Dio …
Ho visto morire sulla Croce
L’ieri …
L’oggi
… E il domani!”
Il visitatore s’attardò un istante all’uscio della mia stanza. Prima d’indossare il mesto cilindro ed impugnare il lungo bastone da passeggio e sparire nelle tarde tenebre di quella notte lugubre mi chiese “l’anormalità anima i tuoi versi di poeta errante. Dimmi cosa ti spinge a cantare lodi ad un dio della pazzia o a consacrare i tempi antichi ed i loro ruderi nella loro processione per la polverosa via? Rispondi prima che io varchi l’uscio della tua stanza”.
“Nulla” dissi impalpabile mentre bevevo l’ultimo bicchiere di vino della mia bottiglia, della mia bottiglia che poi gettai con somma indifferenza nel caminetto ardente.
“Re Lear rispose che da nulla sortirà nulla. Parla di nuovo”
Se il bicchiere non placò le mie meningi stanche provai con la mia pipa, la mia pipa dei tempi andati che aspettava solo quel momento e nient’alto. “Allora è meglio così, dato che non leggesti bene i versi che ti sottoposi non potrai capire l’oscenità celata nei remoti anfratti delle valli scavate da ogni singola lettera. Non attardarti ora, la vita è il nulla perché segue il principio delle stagioni che si disperdono nel lento muoversi dello spazio e di un tempo remoto che risorge solo con vani e tristi ricordi. Tanto vale non ricordare, sedersi ed aspettare che il tabacco o chi per lui finisca e ti lasci solo con le tue paure per farti crescere. Ciò che è celato nei miei versi allucinati dal sole immortale di mezzogiorno e dalla bella luna misteriosa di mezzanotte è un profondo mistero, scoprilo oh lettore incauto e disattento. Mi conosci abbastanza da poterli comprendere?”
Il viandante celò se stesso nel lungo tabarro e come un corvo entrato dalla finestra di Poe rimase lì ad aspettare. Rimase lì ad aspettare qualcosa dalle mie labbra. Ma come spesso capita non so che dire agli sconosciuti tra cui vivo e tra cui mi isolo. La sublime metamorfosi tra corvo e uomo rimase là.
Fu così che io estrassi il mio taccuino sgualcito e intonai a tono di lutto le mie poesie, senza affanno, una ad una nell’attesa che il mio sconosciuto amico se ne andasse e capisse ciò ch’io sono, oltre l’uscio della mia stanza.
Il pianista pallido in un angolo del salone male illuminato raccoglieva da chissa' dove grappoli di semiminime, suonando un tempo volgare in quattro quarti, silenzioso e lascivo come lo sguardo sfuggente delle zingare che ieratiche attraversano i viottoli dirette ai ponti silenziosi e bui per fissare le stelle danzando col frusciare della notte.
Sulle dita dello stesso colore dei tasti pesavano i suoi cinquant'anni, tutti spesi alla ricerca di accordi imbalsamati e scomodi, la polvere dei palchi dei teatri di mezzo continente si impastava col suo sudore e con i suoi affanni, col pensiero di tirare avanti, ancora, per un' altra notte e per un altro giorno; Egli portava scritta in faccia la tradizione della sua gente, artisti, pittori, danzatori, una razza a parte la loro, con un linguaggio segreto e sensuale, conosciuto solo da chi dell'Arte fa la propria ragione di vita.
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In un cono di luce, il violino suonato da un uomo alto ed emaciato, ricamava frasi che puzzavano forte di bassifondi, di sgualdrine sorprese agli incroci dai gendarmi della guardia mentre cercano di smerciare le loro quattro ossa senza rimetterci. La luna era alta sui volti scandalizzati delle signore in strass, con il volto reso pallido dal belletto e la sua luce si rifletteva su un paesaggio desolato di uomini e conigli, felice solo di specchiarsi talvolta nelle lacrime incredule di qualche cuore affaticato capitato li', senza sapere come.
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Una taverna fumosa e raffinata, densa di aromi, di ricchi uomini di affari, di nobili scapestrati, di prostitute sorridenti e di giovani donne perbene, con adoranti accompagnatori. Vi aleggiava un perenne brusio, qualcuno sul proscenio cominciò ad azzardare uno stentato passo a due, poco statico, diverso da ciò che alle corti si vedeva, più malinconico forse, più incisivo e madrigale.
La musica prendeva quota, ed anche i figuranti muovendosi come marionette fra i tavoli di scura noce, recitavano da attori consumati.
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Una figura minuta e diafana, poggiava il proprio corpo al pianoforte in molle posa, cantando della vita e dell'amore, della morte e della fortuna che rubiconda e grassa come una musa danza, sfiorando gli esseri, cambiando le loro vita d'un tratto.
I capelli corvini raccolti sobriamente sul capo, le guance pallide e le labbra schiuse nel canto, rosse come succose fragole, muoveva ella le mani dinanzi a se, come se disegnasse accompagnando con le dita le noti che distillate dagli strumenti fluivano come liquore che riscalda i cuori.
D'un tratto poi si sentiva come se l'orchestra volesse invertire la rotta, e la musica pareva somigliare ad una bassa danza, morbida e sensuale, libera nei movimenti, come una colomba somiglia ad un anatroccolo, le anime accartocciate dei musicisti si allontanavano definitivamente dalla palude dei luoghi comuni, delle assorte corti dei regni, per infilarsi temerarie in quella intricata foresta di note selvagge.
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Delirante la donna con gli occhi socchiusi si scostava dal piano, dopo averne accarezzato i tasti, come un amante grata, sfiorando le mani del pianista, che con le sue tante rughe, potrebbe interpretare suo padre nella scena della vita.
Attendeva il silenzio, lisciando con le mani esili l'ampia gonna di velluto,poi fissando gli uomini,i loro volti matidi e contratti nel seguire il piacere sublime dalla musica, cantava fino a che la voce parea confondersi con le note.
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E le donne... Oh le donne! Rose dall'invidia per i lascivi sguardi dei loro compagni, verso di Ella, che inneggiava la solitudine degli esseri che erompeva tragica dal fondo di quelle melodia senza speranza, invitandoli alla morte. Intemperanza, che non permetteva a nessuno di nascere, ne' di morire, un canto nel ricordo, un canto di rabbia e sussurri.
Uno scroscio di applausi sulle note finali, il silenzio piombava nella mente mentre ella inchinandosi al pianista e ai ballerini dai sorrisi seducenti, in vezzoso abito, come una visione che si confondeva fra i sogni e la realtà, si apprestava a uscire di scena per ritirarsi nelle sue stanze, poco lontane dal ricco locale dove uomini e donne, desiderosi di lusso e buon cibo, solevano ritrovarsi per innalzare le loro anime fra i fumi dell’alcool e delle erbe costose.
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Camminava tenendo fra le mani rossi fiori lanciati dagli ammiratori che finivano sempre ad addobbare le sue stanze, perpetuando un rito privato della notte, in cui i profumi aleggiavano nell’aria, umidi e molli, pungenti se sfiorati con l'anima in profondi sospiri.
Un sorriso dolente, sul suo volto bianco, al pensiero dell’uomo che nella dimora l’attendeva, non sola, dunque, quella notte.
Non più sola, adesso che è cresciuta e gli uomini sono entrati a far parte di ella.
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Un padre girovago, un artista, diceva egli, che trascinava con se, la figlia diafana dalla voce d’angelo, la bambina dalle aggraziate movenze e dai sorrisi magnetici.
Portava con sè in giro per il mondo Andrei, sua figlia e la viola, dalla cassa sempre lucida e dall’archetto perfetto, di cui sfiorava le corde notte dopo notte, come se amasse farla vibrare, come se quel suono l'appagasse più del calore di una donna.
Trasportate, come se entrambe fossero parte di un bagaglio troppo prezioso per essere lasciato in un posto incustodito.
Distanti, lontane dalle occhiate troppo insistenti dei curiosi, di chi chiedeva dove quella bambina minuta e fragile, dalla bellezza acerba e dagli atteggiamenti da donna, che Andrei avesse per figlia fosse spuntata e come egli da quella vecchia viola poteva trarre note cosi sublimi da far piangere le donne e irrigidire gli uomini.
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Eppure la storia era semplice, a carattere giganti era stata vergata ed esposta in pubblica piazza con inchiostro indelebile, priva di pieghe, calda e avvolgente come il velluto.
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Una madre bella, sottile come un giunco, superba cortigiana alla corte dello zar Pietro I, dalla mente evanescente, amante delle belle cose del lusso, uomini e cavalli da usare. Poche moine e qualche sorriso in un frusciare di stoffe per l'affascinante e silenzioso musicista di viola giunto a corte e Andrei si scopriva, poco dopo, padre.
Troppo tardi per affidarsi alle erbe che prese in giusta dose,l’avrebbero fatta tornare bella e sottile come una giovinetta, troppo tardi per uccidere quel piccolo frutto che lentamente cresceva nel suo grembo.
Varyena pianse all’alba di una fredda giornata invernale venuta al mondo fra le urla di maledizione della madre.
La mente sconvolta di una donna che faceva della bellezza il suo sostentamento e la sua ragione di vita, non poteva reggere la presenza di una ninfea, di una rosa che delicatemente si schiude, di una figlia che con la semplicità e l’ingenuità di bambina le aveva distrutto l’esistenza nello stesso momento in cui era stata concepita, su quel letto dalle lenzuola di seta dai mille corpi e dai mille nomi.
Il fiume inoltre era cosi avvolgente e impetuoso che Annabelle verso di esso si gettava, nuovamente fra le braccia di un amante per l’ultima volta ed in un danzare di stoffe annegava, lasciandola sola.
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Porcellana bianca Varyena con Andrei per padre e la viola dalle dolci note come madre e compagna e una sorella, scoperta per caso in una notte di pianto. Kilena il suo nome, altera, superba, ma sempre sorridente. Rideva Kilena facendo raggelare il sangue alla giovane che preferiva la solitudine al contatto umano.
Volano gli anni quando si è intenti a conoscere cosi tanti posti e nomi che a stento la mente li contiene, le lingue dei regni si mescolavano con i colori delle città e i volti della gente di ogni razza, mentre la musica solcava nella vita di ella e di suo padre, un percorso invisibile.
Artisti li chiamano alcuni, pazzi, molti altri. Sottile è il confine, tra l'arte e la pazzia. L’importante è dar piacere, poco importa se tutto si mescola. Nulla conta se la voce sensuale e struggente dono di una cortigiana affogata da anni nel fiume venga usato per irretire gli animi degli spettatori, catturandoli ignari come se prede, prese alla sprovvista, spogliate da ogni avere.
Se la voce venga usata per invitare gli uomini nel talamo solitario, donando loro attimi di pura gioia, estasi che raggiunge il culmine in note troppo grevi e vibranti per essere ascoltate senza aggrottare la fronte e spalancare la bocca in un grido di piacere. La Disperazione come amica accogliente aveva da anni preso con se suo padre, fra le sue braccia rinsecchite, aveva gettato la sua mente nello sconforto, rendendo l’uomo un tempo, mite e affascinante, uno zingaro violento, un ladro di cuori e di donne.
La disperazione che aveva distrutto le note che dalla viola di Andrei scaturivano, incessanti come acqua di cascata, trasformandole in cacofonia, in stridule urla di donna, in lamenti funebri ammantati di buio.
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A tutto questo ed a molto altro Varyena pensava, percorrendo il viottolo nella foschia notturna e gelida distorta dalle luci che da alcune case della cittadina si riversavano in strada. Era stata una donna sicura senza pietà nel lasciare il relitto di uomo in cui suo padre si era trasformato col passare anni, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno era andata via, trovando la Solitudine una compagna piacevole e poi Varyena non era mai sola, vi era sua sorella Kilena, senza un e volto senza un particolar nome, nella mente di ella viveva e le suggeriva quella notte le parole crudeli da urlare ridendo al vecchio, danzavano quasi le frasi solleticandole il palato, mentre le mani si allargavano in un gesto che diceva tutto e nulla, freddo e distaccato poi un ultimo bacio, dato con sdegno a quel vecchio che con occhi lacrimosi le supplicava di non infierire ancora sulla condizione di egli, di non gettare sale sulle ferite del cuore, di non andar via.
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Una dimora silenziosa la sua, priva di suoni e di note che nell’aria si diffondevano, ricca di profumi e colori sgargianti che invadevano lo sguardo, colmandolo nella loro interezza, e stordivano i sensi inebriandoli. Chiudeva i battenti di ferro del portone come ogni notte, due giri di chiave, che lentamente poi, faceva scivolare nella piccola borsetta. Perpetuando i gesti, si avvicinava al basso tavolino di vestro e su di esso riponeva i fiori odorosi, poi poco curandosi di dove le vesti potessero andare a finire, con gesti lascivi e deliberatamente lenti si liberava dalle vesti, uno spettacolo privato, fatto per soddisfare se stessa e la propria superbia. Varyena mormorava dunque, lievi parole simili a battiti di ciglia, ali di farfalla delicate e allegre, spazzando via ogni pensierio cupo, dirigendo i suoi passi in camera dove il suo uomo, l’amante del momento, l’aspettava come ogni notte da mesi, pronto a soddisfare in un gioco lungo e complicato i desideri di entrambi.
-.-.Palpiti di cuore, desideri di piacere puro e senza vergogne.-.-.
Il sorriso di ella veniva accolto da uno sguardo furioso, in calzoni a petto nudo, una bottiglia di vetro contenente un liquido ambrato fra le mani. Lampi di rabbia dalle scure iridi che la spaventavano, facendole appellare mentalmente sua sorella.
Irriconoscibile l'uomo che dinanzi alla giovane donna nuda e pronta per egli gesticolava urlando con voce impastata, annebbiato dal liquore bevuto in abbondanza e dal vino e da sa solo Dio cos'altro. Dolore sordo alle tempie,quando uno schiaffo raggiungeva in pieno il suo volto ebbro di follia, in bocca il sapore del sangue, che rabbiosa sputava sul volto dell'uomo.
- Amore sanguinario,a quale demone ti sei donata? -
L'uomo trascinava la donna fra le lenzuola premendo il fragile corpo contro il suo, torcendole le braccia fino a farla urlare
- Bramata dagli uomini alza la testa!-
Alle sue orecchie parole crudeli, mentre il fragile collo minacciava di spezzarsi sotto il peso delle mani di egli che con forza le stringe la cola togliendole il respiro.
- Perche' non canti piu', non vuoi cantare? Bella come il pugnale, rosso sangue le labbra, non ti ho mai amata, mai!-
Ubriaco fino al midollo, infieriva su di ella, tappandole la bocca per non farla urlare, trasformando il rito sensuale ripetuto ogni notte in qualcosa di disgustoso e ripugnante, soddisfacente, per Egli.
- Addio, addio..mia bella questa sarà la nostra ultima notte d'amore-
Le parole venivano biascicate, alitate sul suo volto, mentre ella boccheggiava in cerca d'aria accasciandosi poi sul petto di egli, ansante e soddisfatto pronto ad abbandonarsi al sonno, ristoratore ed amico. Lunghissima la notte, pareva non aver mai fine, le ore trascorrevano fino a che il sole tornava nuovamente a baciarle le palpebre bussando con delicatezza ad una finestra. Dolorante, movimenti lenti per non svegliarlo, le labbra serrate per evitare di urlare ad egli tutto il suo odio.
Nuda e minuto, con il sangue che nelle vene che scorreva avvelenato di rabbia, un requiem di morte nella mente, sovrastato dalla risata della sorella,
- Ha detto che è stata la nostra ultima notte Varyena fate qualcosa.-
-.-.-.-.-.-.-..-.-.-.-.-.-.-Qualcosa...-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
Pochi secondi per pensare, ancora meno per agire, battevano nelle tempie le campane a morto della cattedrale, mentre affondava il coltello sul corpo inerme di egli, avvolto nel sonno. Nuovamente senza pietà, infierendo e colpendo ancora un corpo che sentiva suo, un corpo che aveva imparato ad amare e venerare dimentica della solitudine. Rideva mentre il volto dell'uomo si contorceva dal dolore, e poi sorrideva, seduta sul letto angelo scuro, a fissare le lenzuola divenire porpora.
- La nostra ultima notte... -
Attimi che parevano ore, mentre per l'ultima volta sfiorare il corpo di egli ormai freddo e distante, devastato dalle lame. Tutti avrebbero saputo, ma poco importava. Ella non ci sarebbe stata più. Fuggiva, correva via lontano. Non più le note struggenti, non più la voce cristallina, morta nella sua gola con i singhiozzi repressi ed il ritorno dell'amica solitudine. Tutto racchiuso nella sua mente, richiamato alla vita adesso, a volte, da sorella Kilena.
Avvolta in scure vesti, evitava di mostrare il suo volto, il sorriso che affiora sulle labbra piene al ricordo, lo sguardo ammaliante di chi rimane comunque un'assassina. Strade, vie.
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Viaggia senza fermarsi, mostrandosi a chi la incontra, spesso come sua madre, spesso come l’amorevole amica del padre, il cuo nome era Disperazione. Correva e nessuno pareva riconoscerla.
Nuova adesso è la città,lussuosa ed umida. Perfetta, dice Kilena, per confondersi fra le nobili e le sgualdrine, fra le lavoratrici oneste e le ladre, per vivere nutrendosi delle storie degli altri, farle proprie e perpetuarle in ella, che acquista mille volti e mille nomi, di tutti quelli che conosce e si mostra cosi: come un artista di strada, incomprensibile e strana, come donna senza passato, come una amante, una madre una sorella e una figlia che chi ha dinanzi ha sempre desiderato, ma non ha mai avuto. si mostra cosi dunque:
.-.-.-.-.- Sola nuovamente per Vivere… .-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
P.s. Sono felice di riscrivere questo racconto qui....

Accadde che Tania adoperò troppa forza.
E tlack!
Il suo (già) fragile collo si ruppe.
E il capo, ora viola e biondo, si (di)staccò. Scivolò, sul tappeto rosa del salone.
Profumo di shampoo al cocco ondeggiò nell'aria.
I fastidiosi pensieri ruzzolarono leggeri. Volteggiavano in una palla.
Spoglia dei bei ricordi.Di quelli tristi.
Svestita degli uomini che, talvolta –ancora-, facevano capolino. E quelli che da dieci anni non vedeva più.
Candida di inutili pianti. Di risate svampite.
Scarna di donne mai avute. Delle occasioni buttate.
Immacolata di appuntamenti dal dentista. Scadenze sul lavoro.
Nuda del giorno del suo compleanno. Natale e Pasqua. E la sua refrattaria memoria.
La rottura era netta.
un “tlack!” deciso. Di avambracci esperti nel lisciare capelli. Nolenti nel giorno dello shopping.
La donna poggiò le sottili mani ai bordi della seggiola. Si alzò.
Sottrasse la borsetta al ripiano della specchiera. L’affiancò alla clavicola destra.
Sorridente di una bocca strusciata a metà sul pavimento, si incamminò.
Gli occhi spalancati sul tappeto osservavano curiosi. Vedeva il tutto in modo diverso da quella nuova prospettiva.
Lei non sapeva. Non li vedeva. Ignorava il loro aggrottare di ciglia dubbiose
Raccontale ancora Monica
Andava in giro a raccontar le sue storie di cetrioli, di fragole, di nutella, ad anziani, bambini, donne sposate; la Monica non risparmiava nessuno. La sua beniamina era la monaca di Monza, diceva che era l'unica cosa buona che le aveva insegnato la scuola. "E' il sesso a rendere libere."
- Ma la monaca di Monza era una suora - la correggevano tutti puntualmente.
- Ma avrebbe voluto essere una donnaccia e nel suo cuore lo era! Questo la rendeva libera - obbiettava lei accalorata.
Sicuramente cercava un supporto a giustificare i suoi incontri e il suo amore per questo personaggio, la sua identificazione in esso erano una leale compagnia. La Monica non aveva mai lavorato e neppure faceva le faccende di casa. Viveva col padre che le urlava insulti per la strada mentre lei girava e girava. Da quando aveva imparato ad usare il computer navigava sempre su internet e da lì conosceva i suoi compagni di giochi, quelli che avrebbe incontrato fuori . Non si curava dei pregiudizi dei codardi, lei la coraggiosa, loro rinnegavano i propri desideri, lei li custodiva nel luogo più sicuro, fra le gambe e non sotto la linea della gonna in fondo al ginocchio. Era emarginata come una creatura posseduta dal demonio, priva di coscienza e quando qualcuno la incrociava o la intravedeva arrivare nella stessa direzione si proteggiava col segno della croce. Al supermercato, in lavanderia, dal parrucchiere.
Ultimamente ha cominciato a rispondere agli scongiuri del quartiere con linguacce e smorfie. Tanti cominciano a scappare e lei ride come una bambina. Stasera abbiamo un appuntamento, l'ho invitata a cena. L' ho fermata per strada e le ho detto: "Stasera è il tuo non compleanno festeggiamo?" Il sorriso rosso le ha sbavato il viso. Penserete che sia io il matto. Vi chiederete perchè l'abbia invitata? Sono stufo di parlare sempre con la stessa gente morta, che litiga perchè la sua squadra ha perso una partita, che si lamenta perchè le grida notturne del figlio non li fanno dormire o perchè la pioggia ha bagnato il bucato appena asciutto. Sono sincero, se mi allungherà un piede sotto al tavolo aprirò le gambe e se metterà il suo solito rossetto rosso lucido lo leccherò via dalle sue labbra. Da domani sarò uno dei personaggi dei suoi racconti fantastici come in Alice nel paese delle meraviglie. E sarò grato alla sua bocca larga che mi avrà reso onore. Poi tutto tornerà come prima, le lezioni all'università gli studenti presuntuosi e avidi di voti come applausi nei talk show alla tv.
In libreria.
Prendo quello con le pagine vuote, con la copertina rigida, mi dà sicurezza. Inizio a sfogliarlo ma la luminosa consistenza di carta è così nauseante che si attacca ai ricordi, il latte succhiato dal seno con gli occhi appiccicati. Nausea. Ho iniziato a stropicciare le pagine, i miei occhi, è uscito latte, macchie, ancora quell'odore e la resina, le dita appiccicose strofinate sul viso, le mie mani non si staccavano più. Urlavano.
Mi appoggio con un braccio su colui che mi sostiene e allungo l'altro, ripongo il libro su uno scaffale. Qualcuno inciampa su di lui.
Il mio viso sul pavimento appiccicoso di pedate.
- Mi scusi, ecco il suo bastone, spero non si sia fatta male.
Visione. Luce fioca di lampadina, quasi un lume. Una donna di trent'anni circa, capelli neri, scuri come la pece ma spettinati e sciupati, densi di fumo. Indossa un abito bianco, da sposa, tutto strapazzato, spiegazzato. Il vestito è macchiato da qualche alone pellegrino di vino rosso. Se ne sta in un angolo stretto di uno stanzino, forse una latrina, forse uno sgabuzzino o magari la nicchia di qualche tempio in rovina, seduta a gambe incrociate su di una vecchia sedia in legno. Il suo viso è dolce ma spezzato, sporcato, da violente pennellate di alcool e sudore. Gli occhi verdi, finemente truccati, sono rossi di furore e disperazione, ricchi di lacrime gelate. Non sa se urlare o piangere, se ne sta là. In una mano stringe una sigaretta consunta, la fuma aridamente quasi ne voglia soffocare e risucchiare l'anima di tabacco e catrame. Nell'altra tiene un bouquet di orchidee bagnate e fresche di whisky. Il nastrino che le tiene unite è sporco e blando.
Attorno a lei centinaia di bottiglie, statuette votive ai suoi lari, mezze vuote, piene o prosciugate. Sono i suoi parenti, lì per consolarla con un bacio sulla bocca dove riverseranno il loro caldo seme inibitore.
Ne bacia uno, come un tesoro disprezzato, una bottiglia di whisky, la beve avidamente. Tutta gialla.
Caldo, afa. Con una mano ribalta a terra un vetro di vodka appiccicosa. Un'altra boccata. Beve, fuma, beve, fuma, beve, fuma. Rotea gli occhi a semicerchio: sinistra, su, destra e così via...
Tira un ultimo rabbioso e rassegnato respiro, getta il mozzicone chissà dove, con la mano ora libera stringe le orchidee quasi come un crocifisso.
A tratti si aggiusta con nervosa delicatezza le autoreggenti bianche da dove scappano le scarpette da principessa violentata ed infangata.
Rumore di una radio che gratta, si ode il gracchiare di una voce. Silenzio. Il rumore riprende come folate raminghe di brezza.
L'immagine ora è sfocata, quella di una pellicola in bianco e nero, vecchia, di scarsa qualità, a tratti zoppica, s'inceppa.
La scena si apre in un parco. La radio gratta ancora da un altro universo. Due persone si abbracciano, giocano, improvvisano un balletto. Lei, è la ragazza col vestito da sposa, è solare, allegra, vestita da hippie. Lui: è un uomo alto, capelli corti, la barba corta ma incolta, sorride. Indossa una giacca nera, non si capisce di quale materiale. Si baciano con passione, non ci sono suoni, tutto la loro felicità è muta.
La pellicola in bianco e nero scompare.
Siamo in una strada, piove, è notte. Le auto corrono sull'asfalto umido.
La luce gialla dei lampioni illumina la ragazza stretta nel suo impermeabile. Inizio della caduta, i capelli bagnati, fradici... tutto rimane muto, eccetto il rumore metallico delle auto, continuo, incessante... Chi sta aspettando? Passa il tempo.
L'uomo arriva. Parlano. Litigano. Muti, il dolore è sordo.
Una promessa, questa è la rovina.
l'ultimo sangue
Non si aspettava quel tipo di furia. La sua delicatezza era stata così incredibile per tutta la sera. Forse, era stata così incredibile da rasentare l'utopico. Ma dietro ogni volto dell'illusione c'è la nuca fradicia della disillusione. Talvolta, però, la disillusione veste panni nuovi, viene trasformata, si evolve. Quella notte la disillusione divenne una frusta. Tutto ciò può essere eccitante. Marla si aspettava carezze di piume e poesia. Trovò una frusta che si faceva strada dentro la pelle della sua schiena. Urlava, legata contro il muro. Piangeva, col seno nudo, schiacciato contro lo schienale di quella sedia di legno sverniciato. Ogni colpo di frusta era diverso da come lo aveva sempre sentito nei film. La sua schiena lo attutiva, lo ovattava. Diventava un colpo sordo, secco. Solo il dolore somigliava maledettamente all'immaginazione. Eppure, anche in quel soffrire c'era una sfumatura nuova, un colore diverso dai soliti che s'infilava nelle trame lasciate ad ogni colpo. Era un colore piacevole. Un colore simile a quello pruriginoso di un orgasmo che si sta infilando dentro le gambe. Lui la colpiva senza dire nessuna parola. Non la umiliava verbalmente. Non era quello il suo scopo. La ragione di quella frusta era tutta nel dolore che può trasformarsi in piacere. Niente altro. Il sangue di lei iniziò a scivolare verso le natiche sporgenti. Lui si fermò. Come un duello al primo sangue. La prima vera ferita segna la fine. Marla sentì le mani fredde di lui legarsi ai fianchi. La pelle d'oca disegnò divisionismo puntinista in ogni angolo del suo corpo. Marla sentì, poi, la bocca di lui, calda, cospargere di respiri intensi la schiena indolenzita. Marla sentì la lingua di lui insinuarsi nelle spaccature, nelle increspature create dai colpi di frusta. Marla si sentì leccare il sangue, mentre le mani di lui andavano verso i polsi, a liberarla dalla stretta delle corde. La tirò a sé e odorò i suoi capelli. L'odore dello shampo alla frutta creava un'ottima mistura con quello del sangue. Marla si sentiva protetta tra quelle braccia sanguinarie. Lui le disse: "Ora conosci gli anfratti del dolore". Lei guardava il soffitto. Lui aggiunse: "Ora sai che la dolcezza scrive racconti con vortici dolorosi". Lei lo ascoltava, in trance. "Marla, ora, vuoi ancora fare l'amore con me?" Marla sentì che le carte erano state messe sul tavolo da gioco. Gioco scoperto. Impossibile barare. Marla sentì il timore infilzarle la trachea, ma rispose dolcemente: "Sì, facciamo l'amore". Lui la fece girare. E amore fu, con le mani di lui, ad occhi chiusi, intorno ai fianchi di lei. Da quella sera lui fu di Marla. Da quella sera Marla fu di lui. E lui non la colpì mai più. Quel sangue fu il primo sangue. Quel sangue fu l'ultimo sangue.
Andrea dei Sedizi
Le avventure del giovine perwerther
Ecco il foglio di carta bianca virtuale. Si staglia nell’immensità dello schermo come una nuvola bianca che si dilata nel cielo azzurro. E’ difficile immaginare cosa scrivere;
Eolo è il protettore della mia “penna” che vola alla velocità della luce. Sembro impazzito tanto sto correndo senza una metà senza un perchè. Sbaglio e ricomincio a scrivere. Cancello e riprendo dal punto dove ho interrotto.
E’ un casino primordiale la scrittura narrativa. Che poi questa sia scrittura narrativa chi lo sa. Può essere uno sfoggio di classe, ma quale? Il word processor che uso è un’emerita porcata targata Winzoz. Ma meglio cambiare argomento altrimenti ci arrabbiamo come Bad Spencer e Terence Hill.
I capelli mi volano davanti aglio occhi, occludendo temporaneamente la vista del mio occhio destro. Quello sinistro sta già per i fatti suoi quindi dove guardo adesso. Lo sguardo non rivolto allo schermo ma a quello che feci tanto tempo fa nell’isola di Mucudra nei pressi Bali.
La giornata era iniziata bene. Avevo fatto l’amore per tuta la notte con un’autoctona che mi aveva letteralmente fatto rizzare tutti i peli del culo! Ero confuso e felice (che citazione eh?) e dopo essermi prontamente lavato, anche per evitare possibili infezioni e malarie, ricordando quello che successe a Luigi tanto tempo fa, decisi che era tempo di fare colazione.
D’avanti ai miei occhi si estendevano etti di biscotti squisiti ai cinque cereali (non quelle schifezze pubblicizzate), ma veri e propri succulenti opere d’arte della maestria indonesiana nel campo del dolciario. Ah che splendore! Mentre tuffavo belle le mie labbra nei dolci e ritrovati deliziosi già pensavo a quella che sarebbe stata una cacata veloce e indolore senza lo sforzo di provare ad andare al bagno tanto per fare la pupù e mantenersi in ritmo con la digestione. Al bando gli yogurt. Beh i biscotti, accompagnati ovviamente ad un tè davvero eccezionale al fico verde, mi avevano dato lo stimolo giusto per cominciare la giornata all’insegna della cacca. Sedendomi sulla tazza del water cominciai a recitare versi della Divina Commedia. “E dal Cul fece trombetta” fu la prima cosa che venne in mente o meglio non solo in mente.
Dopo aver sganciato la prima bomba al potassio impoverito sentii subito la pancia sgonfiarsi come una mongolfiera quando viene punta da un ago. Ah che goduria. Una bella doccia , anche perché non esiste il bidè - che porci questi indonesiani - e subito fuori per nuove ed emozionanti avventure. Ancora non mi sono presentato.
Che maleducato!!! Mi chiamo Attilio Regili sono un culologo di fama internazionale e sono venuto in Indonesia per portare a termine alcune mie ricerche sulle forme di culo di tutto il mondo. I miei studi si sono svolti tra la papuasia, la caledonia l’ocenaia e la britannia attraverso la penisola iberina la scandinava e la siberia. Effettivamente i treni mi sono costati un bel po’,.
C’è qualche problema? Si io non uso l’aereo. sono uno all'antica
Comunque devo ero rimasto. Ah la mia classificazione di culi era arrivata ormai a venti specie diverse dai mandolini alle chitarre da quelli a fagiolo a quelli mollica di pane. Un grande risultato scientifico che mi era valso il premio scienziato dell’ano. Lo so sono un spiritoso; si la rivista Zooworld aveva inserito un culo da me scoperto in prima pagina. Che soddisfazione dopo anni di peregrinazioni . Lo studio si era sviluppato in lasso di tempo di 1800 anni a aveva perso in esame tute le donne dalla caduta dell’impero romano a oggi. Naturalmente tutto era avvenuto sul campo; e se no come facevo toccare con mano”;.?
Si la macchina del tempo prestatami dell’ingegner Tustemberg mi dava la possibilità di spostarmi con estremo sollazzo da un posto all’altro senza perdere tempo…
Adesso non starò a raccontarvi cosa mi successe in giro per il tempo, O vi interessa? Dalla corte di Carlo Magno alla Signoria dei Medici, dal Manzanarre al Reno (che c’entra scusate è il mio flusso di coscienza che ogni tanto sbalestra), riprendiamo: dalla corte di Carlo Magno alla signoria dei medici, dagli Ingegneri agli avvocati ( ohj ancora ma che devo fare io con questa testa che ho ,sapete la visione di culi mi hanno ridotto in questo stato poi vi spiegherò); di nuovo: da Carlo Magno alla signoria dei medici , da Cristoforo Colombo a D’Artagnan, da Robespierre a Napoleone.
Tutti li ho toccati i più bei culi del pianeta. Un’ ossessione che mi h a sempre posseduto e che adesso sembra quasi inarrestabile.
Cosa volessi non so. La bestemmie che mi portavo dietro però furono tante come quella volta che dopo un atterraggio di fortuna mi ritrovai per una selva oscura. Mentre vidi dal fuor di casa uscir un esser che ormai più credeva alla sua giovine esistenza. Si beh parlo come D’ante perché la storia si volge nel 1250 cirfa ,minuto più minuto meno. Beh si passeggiavo per questa selva oscura, quando ad un tratto la mia lingua ebbe un sussulto; il clitoride bagnato che fino a poco tempo fa avevo odorato con soddisfazione incominciava inesorabile a puzzare… Oh corbezzoli esclamai a Beatrice che un po’ indispettita si ritrasse senza esitazione. Il suo culo paradisiaco che poi il mio caro amico Dante racconterà con dovizia di particolari nell’40° canto del Paradiso, una versione che solo io posseggo ahaha!!;
Beati loro; dopo aver fatto operazione di clitoscopia mi era stata negata, da parte della gentil donzella, l’ attraversamento del tunnel principale, bensì avevo acceso al traforo che si trovava a sud della sua dolce e puzzolente membrana elastica.
Io mi opposi con decisione, mai avevo superato la zona liminale delimitata dal retto femminile e mai l’avrei attraversata con mezzi barbari come quello. Il mio compagno di avventura non è una sonda e come avrei potuto scoprire tutti i meandri nascosti delle sue chiappe ribelli penetrando con forza la zona in questione?
“Or tu giovane scopatore” proruppe Beatrice con fare minacciuoso. “Come osi in fin dei conti non crogiolar la tua nerboruta clava all’interno del mio sodalizio sederino?. Al rogo! Ti manderò al rogo”. “Il tuo favellar desta in me truci sospetti”. Le risposi in perfetto stile medioevale. Lo ignudo bastone che tu guardi con assettata voglia no porria entrar nella tua dolce fessura posta a mezzogiorno. Lo fare scientifico guida la mia mirabolante azione e con qual sapore potrei prostrarmi ai tuoi glutei imperiali? Saranno le mie mani invece a farti assaporare lo più ardente dei peccati di carne!.”
Lo sguardo accigliato della donna voluttuosa non prometteva nulla di buono: “Oh cavalier senza macchia, tu non capisci. Io non più sentii dolci parole come queste, vieppiù io non sento più mani sul mio cul perché troppi uomini ormai lo sfiorarono dai tempi antichi. Orsù entra nelle gallerie sotterranee del mio corpo impaziente di oggetto contundete, oh uccello irriverente!”. La compagnia di Dante le aveva dato alla testa. A parte questi miei pensieri aleatori cercai di arringare la mia posizione con codeste parole:” Mia gentil donzella, mai potei aver più dolce compagnia della sua immensa bellezza. Purtroppo, però, non potrò far quel che lei mi obietta! Il saper di scienza me lo vieta oh mia diletta!”.
Il suo viso cominciò a diventar multicolore, il rosso fuoco delle sue guance mi accecò all’istante. “Oh tu miserabile sodomita, come ti permetti di non attraversar le vesti della più bella pervertita?. Al rogo finirai”. Mentre due alabardieri con le picche in mano già si erano fatti avanti per arrestarmi, feci giusto in tempo a richiamare la mia macchina diabolica per volare via, lontano di là!
PANTA REI
Uno….! Due…! Tre…!
I rintocchi della campana si espandono velocemente nell’aere ultraterreno di quel mercoledì mattina, mentre il sole ha appena cominciato il suo cammino verso lo zenit celeste. Una giornata caliginosa, quella di mercoledì, che porta con sé gli strascichi di una furiosa tempesta durata un’intera notte. La visibilità è quasi inesistente e ottenebra i cuori e le menti di tutta l’umanità.
Dove mai si potrà trovare un posto più calmo e più quieto dell’amato paese? Dove sarà la collina sulla quale tante e tante volte ci si affaccia per assistere all’alba di un nuovo giorno. Dove? Ripete insistente la voce del genocidio che si avvicina.
Silenzio. Attesa. Orrore.
Per ore e ore nulla si sente più. I mari sono rigonfi, un timido sole si affaccia nel mezzo di un cielo ancora carico di odio verso l’uomo.
E’ la fine.
L’acqua che lava tutti i peccati, l’acqua che asciuga tutto il sangue versato, l’acqua che sommerge tutto senza eccezioni. L’acqua benedetta, salvifica libera la terra dell’animale più scomodo: l’uomo……..
Apro gli occhi . La percezione dell’accaduto ancora mi sfugge. Uno spasimo di dolore mi invita a schiudere le tapparelle della finestra . Fuori il sole espande i suoi raggi e la meridiana segna le 6. Madido di sudore mi rivolgo verso il letto, sperando che l’astro lucente possa stare lì; al suo posto. Per sempre.
ALICEMALICE: de la punaise

Diavoli bianchi
Questa mattina fuori c'è la neve, è opaca pesante e impietosa, beffarda spinge sui rami, ha lo stesso aspetto dei camici degli infermieri quando gravano sui nostri visi inconsistenti e noi ci coloriamo come foglie rosse di vergogna o gialle di nausea, soltanto due stagioni e il bianco non ha luce oggi!!
Perchè i colori non sono più gli stessi?
Forse non c'è più luce nei miei occhi?
Forse non sono più in grado di catturare ciò che la luce respinge.. Sì è così! Sto diventando cieca, hanno avvelenato i miei occhi, con i loro vaccini mi hanno resa allergica ai colori che ora rimbalzano come canguri miscredenti sui miei occhi, lontani. Si sono staccati da me. Ci accecano mentre dormiamo, come temerari Ulissi contro il povero Polifemo, io maledico il guerriero Ulisse! Non devo addormentarmi più..
Adesso i miei occhi sono nelle loro tasche sì, li tengono stretti nelle mani e li fanno girare e girare e saltare in aria come le palline dei giocolieri, occhi miei se mi sentite esplodete tra le loro mani.
Mani, portatrici di salvezza che ingiuria contro le nostre logiche eretiche. Siamo i martelli finiti, battuti sulle tavole del giudizio e infine gettati come ceppi nel camino.
Siamo terra bruciata... Con quelle mani... Voglio un tappeto bianco ai piedi del letto.
- Devi dire grazie Alice.
"EROTICO LIQUIDO"
Io GIOCO con le forme, la geometria nascosta nelle curve femminili del corpo.
Mi piace perdermi nelle grotte segrete e guardare tutte le delizie che ogni cosa mi propone, APPROFITTO di tutto quello che mi viene offerto e non ne ho mai abbastanza.
Sono una di quelle anime perse, una di quelle che non pensa ma agisce. Non mi piace lasciare nulla al caso e penso sempre a tutte le situazioni più perverse.
Utilizzo tutti i sensi che ho a disposizione per amare tutte le donne che mi si presentano davanti agli occhi.
Angeli e diavoli, non faccio distinzione…io TOCCO il corpo di ognuna fino a raggiungere il piacere infinito, fino a bagnarmi le mani di un liquido dolcissimo.
Adoro usare degli attrezzi per divertirmi con le mie vittime e spesso uso delle CORDE che legano la mia vita alla loro e le porto in giro, come delle schiave al mio servizio.
Bramo l’odore del sangue e della carne quindi a volte MORDO le mie muse accarezzandole dolcemente, al loro piace, lo so perché urlano d’incanto ogni volta che le mie dita sfiorano il loro sesso e lo insudiciano del loro stesso sangue.
Io sono SOLA e nessuno voglio al mio fianco per più del tempo che impiego a farle godere, mi infastidisce il sapore del dolce che si nasconde dentro le bocche di coloro che si danno per tutta la vita.
Io PRENDO e do quasi nulla di me stessa se non il mio corpo forte e oleoso.
Sono creatura della notte e i miei occhi riescono a osservare solo il viso di una donna al buio, con la luna che lo illumina appena…io non mi guardo mai.
Per capire quanto è bello un corpo io LECCO la loro pelle ed ASCOLTO la profondità dei loro sospiri o dei gemiti del ventre mentre la mia lingua penetra nella caverna dell’Eden.
La mia casa non ha porte, tutte possono entravi e uscirvi quando vogliono, io non abito con loro le guardo passare davanti al mio letto, loro sfilano per me perché sono belle.
Io sono la cacciatrice e loro le PREDE che scappano correndo nei boschi che si stagliano sopra il mio sesso, vi passano le mani e lo accarezzano delicate.
Proprio come io INFILO il mio orecchio nelle loro bocche per ascoltare i loro desideri, voglio esaudire tutto ciò che mi chiedono di fare.
Le bagno sempre con lo champagne e poi le abbraccio così forte da farle tingere di viola…ma a me piace così.
Loro VENGONO da me perché vogliono solo la mia mano…
Vuoi provare anche tu?!
Sento già che il tuo corpo si sta scaldando e che la tua mente abbandona il selciato per entrare in un sentiero di fuoco, l’ardente via della PASSIONE che non vuole impegno ma solo un soffio.
TU che non hai mai provato nulla di tutto questo credi che io sia pazza, ma solo perché se provassi ti renderesti conto che io sono la geisha della tua anima, le dita della tua mente che ti toccano e ti fanno godere ma non vogliono nulla in cambio.
Non sono una PUTTANA, mi nutro di quel liquido che solo le donne possono darmi, quel vino dolcissimo che spargerò sulla mia pelle fino a che sono al mondo.
Danzando nella solitudine del giorno io mi specchio nel volto di migliaia di donne vogliose e sole, donne che non sentono nulla nel loro cuore, ma che pensano con il sesso.
La mia vita è piena di soddisfazioni, do la felicità alle donne ed è l’unica cosa che posso DONARE.
Non voglio soldi ma solo un’altra preda da poter cullare con la frusta nel mio letto di rose, nella mia stanza scura.
Vivo la giornata e non ho alcun problema con me stessa perché so di fare del bene, anche se a volte sembro un po’ SADICA e introversa mi sono circondata di figure femminili che si alternano nella mia vita come le foglie sugli alberi, in autunno.
Eppure io mi sento così….VUOTA.
Io GIOCO con le forme dei flaconcini dei tranquillanti, la geometria nascosta della FOLLIA.
Nella mano di Bambi..
Quando era piccola Bambi andava a scuola a piedi con A. mano nella mano calpestavano il suolo insieme il suo passo più veloce e irregolare per recuperare quello di mamma guardando sempre per terra e ogni tanto a guardare per terra si perdeva nelle profondità nei sassi la melma i fiori calpestati i petali sfuggiti monetine la vita stava sotto i piedi di tutti le sembrava di poterla scorgere mentre luccicava ammaliatrice nel fango mentre milioni di persone le camminavano sopra sporcandosi irritata dal brillare Bambi inarcava i sopraccigli fino a che la mamma con un dito li respingeva in giù sorridendo e alzandole il mento dicendo
Non trovi che sia davvero molto bello, il cielo? Non merita di essere guardato?
No. Avvampa in quel modo orrendo per farsi vedere lo fa per mostrarsi guardatemi come sono azzurro come tutti mi volete ma invece fa male agli occhi però poi Bambi si sforzava di guardarlo perché la mamma aveva detto che era così bello e che lo meritava e tutti meritano almeno qualcosa nella vita secondo Bambi anche qualcosa di piccolo come essere guardati e intanto continuava a pestare per terra le scarpe per sporcarsi di vita e arrivata a scuola se le sarebbe tolte per un secondo nel bagno chiusa a chiave e le avrebbe pulite con un fazzoletto bagnato da tutto quel fango sotto la suola che le dava fastidio però le piaceva anche il modo in cui la attirava forse si, un po’ le piaceva, mentre lo toglieva tutto e se le rimetteva tirando lo sciacquone tornava in classe cigolando sul pavimento lucido della mattina.
Quando era piccola Bambi andava a scuola a piedi con A. mano nella mano calpestavano il suolo insieme il suo passo più veloce e irregolare per recuperare quello di mamma suonava vuoto come un ciocco che esplode di legno nel buio si sentiva un fantoccio di legno cavo in cui formiche si annidavano in silenzio in una mano stringeva la mamma che era concreta e presente e andando a scuola così aveva visto
Tutti quegli altri bambini
Con due mani occupate d’amore
E non aveva subito capito perché. Non sapeva lei cos’era normale a quel tempo aveva guardato meglio e tutti i bambini e le bambine avevano anche un’altra persona a dar loro la mano un padre come Bambi mai ne aveva avuto uno e la sua mano era sempre rimasta spoglia e disadorna e guardandosela tutte le mattine, quella mano lasciata in disparte, si chiedeva come mai fosse accaduta una cosa così
Pensando che forse la mano era già occupata da qualcosa e per questo papà non gliela aveva mai stretta e non si era mai fatto vedere ma nonostante questo la guardava e non riusciva a scorgere nulla che non fosse aria e il fango sotto di lei rideva in mille schizzi sbeffeggiandola
Stupida stupida stupida non hai proprio capito eh?
E lei pestava arrabbiata e si macchiava e macchiava anche la mamma che si arrabbiava e le diceva di smetterla di inarcare quei sopraccigli NON LO VEDI COM’è BELLO IL CIELO perché NON PUOI STARE TRANQUILLA PER UN MINUTO?
Ma come si fa a stare tranquilli per un minuto quando hai una mano vuota?
Come si fa?
Come cazzo si fa?
Quando Bambi era piccola per un lungo periodo aveva pensato che la sua mano-non-stretta sarebbe morta raffreddandosi le si sarebbe staccata senza dolore e sarebbe rimasta a terra mentre lei si allontanava sulla strada di scuola Bambi aspettava la guardava tutte le mattine ma la mano era rimasta con lei sempre con lei per sempre.
Congedato da un sogno
Come chi al risveglio si congeda da un bel sogno,lascio la porta socchiusa e mi incammino...abbandono persone e cose,vedo finestre e fiori sui davanzali.Come l'evanescente bordo di una nube,mi disperdo per le strade...sò cosa mi aspetta!Una stanza vuota;due finestre.Mi aggrappo alla luce che filtra come fosse vita,come fosse vera.Sto lì,so che non verrà nessuno....perchè nessuno ha accesso in quella parte di ""Sè",nel rovescio della mia vita....dalla parte dell'ombra che piano piano corrode ogni senso residuo e mi lascia lì....dove ho fatto naufragio.Lascio che lei m'istruisca,mi inviti,mi imbocchi e mi dica:"La realtà è soltanto il riflesso dei tuoi occhi chiari."
Apologia degli Innamorati
Oggi è San Valentino e ho scritto un racconto, una storia antica. E data la natura e i contenuti di tale storia ho preferito postarla nel mio spazio. La storia di un'apologia che farà tremare o imbarazzare o sconvolgere i più. Ma poco me ne duole, giacchè la libera espressione è sopra ciascuno di noi. Narro infatti la negazione di ogni cosa legata a San Valentino, piego ogni cosa all'inganno e ne espongo le ragioni, spero senza lasciare lacune. Buona lettura e buona riflessione. Link Kathaaria