lunedì, 02 marzo 2009, ore 18:14

CELIBATO, CELIBATO,
TUTTO E' SOLO CELIBATO
di Jules Laforgue
(Montevideo, 1860 - Parigi, 1887)




Succhiar la carne d'un cuore eletto,
adorare degli organi che soffrono,
essere in due prima di avvizzire!
Non sarò che un monomaniaco
dissoluto
dai suoi lavori di decadente e di recluso?

Ovunque, a ciascun'ora, questo è il tema
delle loro toelette e delle arie,
delle sere di spiaggia agli invernali
balli: Prendete! questa è la mia carne!
E noi stessi,
gridiamo loro in tutti quanti i toni: A me! io t'amo!
Ci si saluta e si finge...
Ci si addestra nelle scuole,
e si evade e si adescano
piazze venali e tristi;
e si geme
in versi, in prosa. Invece di tendersi la mano!
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sabato, 20 dicembre 2008, ore 08:23

Ugo Foscolo

SONETTI
VII
IL PROPRIO RITRATTO

 

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
Labbro tumido acceso, e tersi denti,
Capo chino, bel collo, e largo petto;

Giuste membra; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;

Avverso al mondo, avversi a me gli eventi:
Talor di lingua, e spesso di man prode;
Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquieto, tenace:

Di vizj ricco e di virtù, do lode
Alla ragion, ma corro ove al cor piace:
Morte sol, mi darà fama e riposo.

                         *

IL PROPRIO RITRATTO

SONETTI
VII bis

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
Tumidi labbri ed al sorriso lenti,
Capo chino, bel collo, irsuto petto;

Membra esatte; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, ostinato, uman, prodigo, schietto,
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi.

Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso;
Alle speranze incredulo e al timore,
Il pudor mi fa vile e prode l'ira:

Cauta in me parla la ragion; ma Il cuore,
Ricco di vizj e di virtù, delira
Morte, tu mi darai fama e riposo.

 

MoulinDesBureau
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venerdì, 10 ottobre 2008, ore 03:00

La collina ( da Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters)

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia,
il buffone, il beone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì con febbre,
uno fu arso in una miniera,
uno fu ucciso in una zuffa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per moglie e figli -
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Lizzie e Edith,
il tenero cuore, l'anima semplice, la rumorosa,
l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto vergognoso,
una d'un amore contrastato,
una per mano di un bruto in un bordello,
una d'orgoglio spezzato inseguendo il desiderio del cuore,
una dopo una vita nelle lontane Londra e Parigi
fu riportata al suo angusto spazio vicino a Ella a Kate e a Mag.
Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il Maggiore Walker che aveva parlato
con uomini venerabili della rivoluzione? -
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono figli morti dalla guerra,
e figlie che la vita aveva schiacciato,
e i loro orfani, in pianto -
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov'è il vecchio violinista Jones
che giocò con la vita per tutti i novant'anni,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, chiassando, non pensando né a moglie né a famiglia,
né all'oro, né all'amore, né al Cielo?
Eccolo Ciancia di pesce fritto di tanto tempo fa,
delle corse di cavalli di tanto tempo fa al Boschetto di Clary,
di quel che Abe Lincoln disse
una volta a Springfield.

 

MoulinDesBureau
lunedì, 29 settembre 2008, ore 00:51

Il poeta è un operaio 

di

Vladimir Majakovskij

(G. Courbet - Lo spaccapietre, 1849)

Gridano al poeta:
"Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!
Cosa sono i tuoi versi?
Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo".
A noi,
forse,
il lavoro
più di ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch'io una fabbrica.
e se mi mancano le ciminiere,
forse,
senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so:
voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi,
non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo,
la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti,
e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d'uomini non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi
oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta
o il tecnico
che porta
gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali.
I cuori sono anche motori.
L'anima è un'abile forza motrice.
Siamo uguali.
Compagni d'una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti
abbelliremo l'universo,
l'avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All'opera!
Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori,
al mulino!
Ai mugnai!
Che l'acqua dei loro discorsi faccia girare le macine.

 

MoulinDesBureau
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martedì, 30 gennaio 2007, ore 23:09

L' ILLUSTRE ESTINTO

di

Luigi Pirandello

(da Novelle per un anno)

Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l'on. Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.

Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era più rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.

Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva più sicuro, più riparato, quasi protetto. E, tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al più - d'una settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava così lento, così lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi - sì, proprio di stancarsi - in una settimana. Non avrebbe avuto mai fine, così, una settimana!

La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.

Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto... ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo. Sì: sarebbe stato un modo anche questo d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto - fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non più innanzi ai suoi proprii.

E - coraggiosamente - l'on. Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lì, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e... ma sì, elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.

La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.

Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò. Sentì come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento. Pensò che, morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi peli il suo segretario particolare, cav. Spigula-Nonnis, che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.

Ma pure lo ajutava quel cav. Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente. Forse, se fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a gridare con disperata rabbia; col cav. Spigula-Nonnis lì a piè del letto, che lo chiamava «Eccellenza», non fiatava nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato, innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.

Sì, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte, fino all'ultimo. L'esilità di questo filo gli esasperava internamente di punto in punto l'angoscia e il terrore, poich'egli non poteva non sentir vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche bestiolina agonizzante, d'un insetto caduto nell'acqua, appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.

Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano impersonate nel cav. Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano più pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte, egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui, attorno al suo letto, attorno alla sua bara.

Continua...clicca qui

Altre novelle di Luigi Pirandello all'indirizzo: http://www.filosofico.net/pirandellonovelle/pirandello_novelle.htm

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martedì, 05 dicembre 2006, ore 03:18

La Belle Dame sans Merci

John William Waterhouse [Pittore Inglese , (1849-1917) - Preraffaellismo]

"La belle dame sans merci" - John Keats (1795-1821)

Oh, what can ail thee, knight-at-arms,
Alone and palely loitering?
The sedge has withered from the lake,
And no birds sing!

Oh, what can ail thee, knight-at-arms,
So haggard and so woe-begone?
The squirrel's granary is full,
and the harvest's done.

I see a lily on thy brow,
With anguish moist and fever-dew,
And on thy cheek a fading rose
Fast withereth too.

I met a lady in the meads
Full beautiful, a fairy's child,
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.

I made a garland for her head,
And bracelets too, and fragrant zone;
She looked at me as she did love,
And made sweet moan.

I set her on my pacing steed,
And nothing else saw all day long;
For sidelong would she bend, and sing
A fairy's song.

She found me roots of relish sweet,
And honey wild, and manna dew;
And sure in language strange she said,
"I love thee true".

She took me to her elfin grot,
And there she wept, and sighed full sore,
And there I shut her wild wild eyes
With kisses four.

And there she lulled me asleep,
And there I dreamed - Ah! woe betide! -
The latest dream I ever dreamed
On the cold hill side.

I saw pale kings, and princes too,
Pale warriors, death-pale were they all;
They cried - "La belle Dame sans merci
Hath thee in thrall!"

I saw their starved lips in the gloam
With horrid warning gaped wide,
And I awoke, and found me here
On the cold hill side.

And this is why I sojourn here,
Alone and palely loitering,
Though the sedge has withered from the lake,
And no birds sing.

Perchè soffri, o cavaliere in armi,
e pallido indugi e solo?
Sono avvizziti qui i giunchi in riva al lago,
e nessun uccello cantando prende il volo.

Perchè soffri, o cavaliere in armi,
e disfatto sembri e desolato?
Colmo è il granaio dello scoiattolo,
e il raccolto già ammucchiato.

Scorgo un giglio sulla tua fronte,
imperlata d'angoscia e dalla febbre inumidita;
e sulla tua guancia c'è come una rosa morente,
anch'essa troppo in fretta sfiorita.

Per i prati vagando una donna
ho incontrato, bella oltre ogni linguaggio,
figlia d'una fata: i capelli aveva lunghi,
il passo leggero, l'occhio selvaggio.

Una ghirlanda le preparai per la fronte,
poi dei braccialetti, e profumato un cinto:
lei mi guardò come se mi amasse,
e dolce emise un gemito indistinto.

Sul mio destriero al passo la posi,
e altro non vidi per quella giornata,
chè lei dondolandosi cantava
una dolce canzone incantata.

Mi trovò radici di dolce piacere,
e miele selvatico, e stille di manna;
sicuramente nella sua lingua strana
mi diceva, "Sii certo, il mio amore non t'inganna".

E mi portò alla sua grotta fatata,
ove pianse tristemente spirando;
poi i selvaggi suoi occhi le chiusi,
entrambi doppiamente baciando.

Poi fu lei che cullamdomi
m'addormentò - e, me sciagurato,
sognai l'ultimo sogno
sul fianco del colle ghiacciato.

Cerei re vidi, e principi guerrieri,
tutti eran pallidi di morte:
"La belle dame sans merci", mi dicevano,
"Ha ormai in pugno la tua sorte".

Vidi le loro labbra consunte nella sera
aprirsi orribili in un grido disperato,
e freddo mi svegliai, ritrovandomi lì,
sul fianco del colle ghiacciato.

Ed ecco dunque perchè qui dimoro,
e pallido indugio e solo,
anche se son avvizziti i giunchi in riva al lago,
e nessun uccello canta, prendendo il volo.

Traduzione tratta dal sito http://www.aleramici.it/pittorigraal.asp

Ascoltate la composizione per soprano visitando il sito:

http://www.colombotaccani.it/damemp3.html

Testo cantato
Oh, what can ail thee, knight-at-arms,
Alone and palely loitering?


A silent lake, where no birds sing. A lonely knight. He tells us about a love that gives death and obscures our mind.
"I met a lady" - he says - "I met a lady", and we know her fairy song, her wild eyes, her elfin grot, her tears and kisses.
We see.
But this could be the last dream we ever dream on the cold hill side.
We know: the sedge has withered from the lake, and no birds sing.



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lunedì, 20 novembre 2006, ore 12:33

Vanità delle vanità

Kees Van Dongen (1877 –1968)  Guus sur fond rouge

*

Ecclesiaste - Capitolo 1

[1]Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

PRIMA PARTE

Prologo

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,
i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l'occhio di guardare
né mai l'orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C'è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

 

http://www.crs4.it/Letteratura/Bibbia/Libro25.html

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martedì, 24 ottobre 2006, ore 02:26

Il viandante  e  la sua ombra  

di

Friedrich Nietzsche           

L'ombra: Giacché è tanto tempo che non ti sento parlare, vorrei dartene un'occasione.

Il viandante: Parla - dove? e chi? è quasi come se sentissi parlare me stesso, solo con voce più debole della mia.

L'ombra (dopo una pausa): Non sei contento di avere un'occasione di parlare?

Il viandante: Per dio e per tutte le cose a cui non credo, è la mia ombra che parla: la sento, ma non ci credo.

L'ombra: Accettiamolo e non pensiamoci oltre, tra un'ora sarà tutto finito.

Il viandante: Pensai proprio così, quando in un bosco vicino a Pisa vidi prima due e poi cinque cammelli.

L'ombra: E' bene che ambedue siamo ugualmente indulgenti verso di noi, se per una volta la nostra ragione tace: così anche nel nostro colloquio non ci adireremo e non metteremo subito le manette all'altro se la sua parola ci suonerà incomprensibile. Se proprio non si sa rispondere, basta già dire qualcosa: questa è l'equa condizione alla quale io mi intrattengo con qualcuno. In un dialogo un po' lungo, anche il più savio diventa una volta pazzo e tre volte babbeo.

Il viandante: Le tue modeste pretese non sono lusinghiere per colui al quale le confessi.

L'ombra: Debbo dunque lusingare?

Il viandante: Pensavo che l'ombra dell'uomo fosse la sua vanità: ma questa non chiederebbe mai: "debbo dunque lusingare?".

L'ombra: La vanità umana, se ben la conosco, non domanda neppure, come io ho già fatto due volte, se può parlare: parla sempre.

Il viandante: Solo adesso mi accorgo quanto sono scortese nei tuoi confronti, mia cara ombra: non ho ancor neppure fatto parola su quanto mi rallegra di ascoltarti, e non solo di vederti. Lo sai, io amo l'ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontà e fermezza del carattere, l'ombra è necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi si tengono amorevolmente per mano, e quando la luce scompare, l'ombra le scivola dietro.

L'ombra: E io odio quel che odi tu, la notte; amo gli uomini perché sono seguaci della luce, e mi allieta lo splendore che è nel loro occhio quando conoscono e scoprono, loro, gli infaticabili conoscitori e scopritori. Quell'ombra che tutte le cose mostrano quando su di esse cade il sole della conoscenza - io sono anche quell'ombra.

Il viandante: Credo di capirti, anche se ti sei espressa in modo un po' umbratile. Ma avevi ragione: i buoni amici si dicono talvolta una parola oscura, come segno d'intesa, che dev'essere un enigma per ogni altra persona. E noi siamo buoni amici. Perciò basta con i preamboli! Centinaia di domande premono il mio animo, e il tempo in cui tu potrai rispondervi è forse troppo breve. Vediamo su che cosa incontrarci in fretta e pacificamente.

L'ombra: Ma le ombre sono più timide degli uomini: non dirai a nessuno come abbiamo parlato insieme!

Il viandante: Come abbiamo parlato insieme? Il cielo mi guardi da lunghi ed elaborati dialoghi scritti! Se Platone avesse avuto meno gusto a elaborare, i suoi lettori avrebbero più gusto a lui. Un dialogo che nella realtà delizia è, se trasformato in scrittura e letto, un quadro con prospettive del tutto false: tutto è troppo lungo o troppo corto. - Tuttavia potrò forse comunicarti su che cosa ci siamo accordati?

L'ombra: Questo mi basta; perché tutti vi riconosceranno solo le tue opinioni; nessuno si ricorderà dell'ombra.

Il viandante: Forse ti sbagli, amica! Sinora nelle mie opinioni si è vista più l'ombra che me.

L'ombra: Più ombra che luce? E' possibile?

Il viandante: Sii seria, cara matta! La mia prima domanda esige subito serietà!

L'ombra: Di quel che hai detto, più di tutto mi è piaciuta una promessa: che volete ridiventare buoni vicini delle cose prossime. Questo tornerà a vantaggio anche di noi, povere ombre. Perché, ammettetelo, sinora ci avete calunniato anche troppo volentieri.

Il viandante: Calunniato? Ma perché non vi siete difese? Avevate pur vicine le nostre orecchie.

L'ombra: Ci sembrava appunto di esservi troppo vicine per poter parlare di noi stesse.

Il viandante: Delicato! Assai delicato! Ah, voi ombre siete "uomini migliori" di noi, me ne accorgo.

L'ombra: Eppure ci avete chiamato "importune" - noi, che almeno una cosa sappiamo fare - tacere e attendere - nessun inglese lo sa far meglio. £ vero, ci si trova molto, molto spesso al seguito dell'uomo, ma mai come sue schiave. Quando l'uomo fugge la luce, noi fuggiamo l'uomo: a tanto arriva la nostra libertà.

Il viandante: Ahimè, tanto più spesso è la luce a fuggir l'uomo e allora anche voi lo abbandonate.

L'ombra: Ti ho abbandonato spesso con dolore: a me, avida di sapere, tante cose dell'uomo sono rimaste oscure, perché non posso esser sempre intorno a lui. Pur di possedere una totale conoscenza dell'uomo, sarei volentieri la tua schiava.

Il viandante: Lo sai tu, lo so io, se tu da schiava non diventeresti improvvisamente padrona? Oppure se tu rimarresti schiava ma, disprezzando il tuo padrone, condurresti una vita di umiliazione, di disgusto? Accontentiamoci ambedue della libertà, così come è rimasta a te - a te e a me! Giacché la vista di un essere non libero amareggerebbe le mie gioie più grandi; le migliori cose mi ripugnerebbero, se qualcuno dovesse dividerle con me, - non voglio sapere di schiavi intorno a me. Per questo non amo il cane, il pigro e scodinzolante parassita, che è diventato "cane" solo come servo degli uomini, e di cui essi sogliono addirittura decantare la fedeltà al padrone e il fatto di seguirlo come la sua. -

L'ombra: Come la sua ombra, essi dicono. Forse anch'io oggi ti ho seguito per troppo tempo? E' stato il giorno più lungo, ma ne siamo alla fine, abbi ancora un attimo di pazienza! Il prato è umido, ho i brividi.

Il viandante: Oh, è già tempo di separarsi? E ho dovuto alla fine farti ancora male, l'ho visto: sei diventata più scura.

L'ombra: Arrossivo, nel colore in cui posso farlo. Mi è venuto in mente che spesso sono stata ai tuoi piedi come un cane, e che tu allora -

Il viandante: E, in tutta fretta non potrei farti ancora

L'ombra: Nessuno, tranne quello che ebbe il "cane" filosofico davanti al grande Alessandro: togliti un poco dal sole, ho troppo freddo.

Il viandante: Che debbo fare?

L'ombra: Cammina sotto quei pini e guarda i monti: il sole tramonta.

Il viandante: Dove sei? Dove sei?

****************************************************************

Tratto dal sito  http://www.friedrich-nietzsche.it/

Immagine di  http://flickr.com/photos/sokalo

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martedì, 12 settembre 2006, ore 02:40

Ma voi potreste ?

di Vladimir K. Majakovskij - 1913


Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,
spruzzandovi colore da un bicchiere;
su un piatto di gelatina mostrai
gli zigomi sghembi dell'oceano.
Sulla squama d'un pesce di latta
lessi gli inviti di nuove labbra.
Ma voi
potreste
suonare un notturno
su un flauto di grondaie ?

MoulinDesBureau
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venerdì, 04 agosto 2006, ore 13:06

Capillare affluente venale

Stridulo assolo

D’elettriche corde:

Condanna di ultimi sguardi

Tremolio di un singhiozzo.

Testamento di un poeta

Tatuato sul braccio di lega

Di un mare dalle sciolte onde,

trecce di vita. Arriva il boia

dalla scura chioma, monosillabo

del silenzio: “ e se non fossi

stato io, cappio al collo,

mani di forbice,

saliva di sangue?”-

scossa di un forse.

O.Sadinov

valesdn
sabato, 15 luglio 2006, ore 00:07

 
Il pittore che non fu un pittore

di

Stelvio Mestrovich

A Louis Bauder toccò la stessa sorte dello scrittore Joseph Roth.
       Ebbi la fortuna di incontrarlo la sera prima che morisse al tavolo di un bistrot ( me lo avevano presentato certi amici a una galleria d' arte ) e di raccoglierne le confessioni. Visto così, proteso verso il tavolino col bicchiere in mano, faceva una gran brutta impressione. Non aveva nemmeno quarant' anni e già ne dimostrava più di sessanta! Dopo lo smarrimento del primo sguardo, la gente che passava di lì lo giudicava un genio oppure un artista mancato. E la sensazione era quella giusta. Egli possedeva il fisico del compositore ( in alcuni tratti del volto rassomigliava a Ferruccio Busoni con quell' aria un po' troppo intellettuale ) , ma non era un musicista, bensì un pittore.
       Il suo studio si trovava al numero 31 di Rue Saint-Honoré, al quarto piano della casa natale di Molière. Dall' altro lato del bistrot.
       Quando mi fece cenno di sedermi accanto a lui, Louis era già ubriaco. Anche se certe persone non lo sono mai del tutto. E Bauder apparteneva senza dubbio a quella categoria. Bestemmiando, colla mano tremante, aveva cercato invano di buttare giù uno schizzo su un fogliaccio bianco.
       " Ti voglio raccontare una storia. Una brutta storia. " mi disse rinunciando definitivamente al disegno.
       Visto ch' io tacevo interessato, non perse tempo e, dopo avere riempito il bicchiere di vino, iniziò la narrazione.
       " Tu sei un poeta, quindi mi capirai meglio degli altri comuni mortali. L' arte in primo luogo, poi tutto il resto, amore e ricchezza comprese. Giusto? "
       Non attese il mio scontato consenso e così continuò:
       " Cominciai a dipingere subito dopo l' Accademia. La mia pittura si rivelò estrosa e non appartenente a nessuna scuola. Lavorai come un negro, ma con un entusiasmo veramente encomiabile, tanto che raggiunsi presto il primo obiettivo: una mostra tutta mia. Non vendetti neanche un quadro. Alla critica, però, il mio stile non dispiacque. Ovviamente, nessun luminare della pittura se la sentì di sbilanciarsi troppo. Ma le mie tele avevano del buono. E ciò mi consolò non poco. Anche se mi restavano da fare i conti con una situazione economica disastrata. Ero giovane, capisci?, incoscienza e genio camminano di pari passo ... "
       Si concesse una pausa per bere ingordamente, quindi proseguì:
       " L' ultimo giorno di esposizione venne a trovarmi il padre della mia ex moglie. Quella visita mi mise in uno stato di profondo imbarazzo. Non lo vedevo da quando Antoinette e io ci eravamo lasciati. Dapprima non mi disse una parola. Fece più volte il giro della saletta, soffermandosi sui quadri abbastanza a lungo per un non intenditore. Da quello che mi risultava, d' arte ci capiva poco. In compenso era un ottimo commerciante e aveva fatto soldi a palate. I miei guai, infatti, erano cominciati dal giorno in cui divorziai. Ma Antoinette proprio non la sopportavo, quindi ... "
       Louis chiamò il cameriere e ordinò un' altra bottiglia di Beaujolais.
       " Torniamo al fatto. Osservai il mio ex suocero con attenzione, mentre si spostava da un dipinto all' altro. Come sempre elegantissimo, mi sembrò ringiovanito. Forse mi ingannarono i capelli neri e quei tratti spagnoleschi nel viso in cui spiccavano due occhi iniettati di sangue. Mi ricordo che tenne il cappello in capo e che, al momento di rivolgermi la parola, non nascose un beffardo sorrisetto.
       " Sentiamo, pittore, " così mi chiamò, " quanti quadri hai venduto finora? "
       Diventai rosso come un papavero.
       " Neanche uno. " mi toccò ammettere.
       Lui guardò ancora attorno.
       " E' tutta qui la tua produzione? " volle sapere.
       " Sì. " gli risposi.
       " A casa tua c'è nulla? "
       " Qualche quadretto ... "
       " Bene. E prima della mostra hai dato via altre tele? "
       " No, se si esclude quella natura morta che Antoinette ... "
       " Perfetto. " tagliò corto lui.
       Si accomodò sulla sedia vicino al tavolino (dove oziava vergognosamente l' album delle presenze). Il suo sguardo non mi garbava per niente. Perchè quell' interrogatorio? A che cosa mirava? Qual era lo scopo della sua visita?
       " Caro Louis, hai trovato un compratore. " disse con semplicità, tirando fuori del panciotto il blocchetto degli assegni e un foglio di carta da lettere battuto a macchina.
       Io stavo per replicare, ma lui mi zittì.
       " Voglio l' intera tua produzione, compresi i quadretti che tieni a casa. Non solo, ma pretendo che tu mi firmi la presente dichiarazione, con la quale ti impegni a vendermi tutti, ripeto, tutti i dipinti che farai d' ora in avanti, nessuno escluso. Inoltre, ti obblighi a non vedere mai più le tue tele, che verranno custodite nella mia abitazione di campagna. "
       La cosa mi sonò come un inaccettabile diktàt. Di nuovo mi bruciò sul tempo, offrendomi una cifra astronomica per le opere già compiute e proponendomi il triplo del valore dei quadri che avrei eseguito di volta in volta. "
       Louis alzò il bicchiere colmo di vino. Alcune gocce caddero sull' incomprensibile schizzo. Si asciugò la bocca con le dita, si schiarì la voce, quindi riprese a narrare:
       " Versavo nella più nera miseria. Ammetto che non riflettei a lungo su quell' offerta. Domande del tipo ' ma che ci sarà sotto?' non mi sfiorarono neppure l' anticamera del cervello. Accettai e firmai subito.
       Il padre della mia ex moglie mi consegnò l' assegno, andandosene contento come una pasqua.
       Il giorno dopo mandò a ritirare i quadri.
       Mi sentii il contrario di prima: ricco e artisticamente spoglio (per non dire depredato).
       La mia vita, sì sono sincero, cambiò radicalmente. Mi detti alla pazza gioia. Ogni notte al ' Moulin Rouge ' : champagne, donne, gioco d' azzardo. Ma, ahimé, mi stufai presto.
       Ogni tanto bussava al mio studio ( fu allora che mi trasferii in Rue Saint-Honoré ) il galoppino inviato dal mio ex suocero. A lui consegnavo le tele ( se ce n'erano ) e la richiesta di denaro. Poche ore dopo ricevevo l' esatta somma dalla stessa persona. E tale andazzo proseguì per anni e anni.
       Oramai ero ricco sfondato. Non stare a credere che dipingessi male. Tutt' altro! La mia pittura era ricercata. Badavo sempre più alla qualità. Ciò che mi differenziava dagli altri pittori era che loro avevano un mercato, mentre io dovevo accontentarmi di un unico acquirente. Ma che acquirente! Con lui andavo sul sicuro, garantendomi la tranquillità economica. O meglio, le mie esigenze di lussi sfrenati.
       Naturalmente tutto ha un prezzo. Dovetti rinunciare alle mostre ( non avevo quadri ) , nessuno mi conosceva come pittore, a partire dai critici che mi persero completamente di vista. I primi tempi provai a fare qualche foto alle mie tele. Non so come, ma il mio benefattore venne a saperlo e mi minacciò di denunciarmi. L' esclusiva era sua. Non potevo farci più niente. Mi consolava immaginare le mie tele, un' intera collezione, che riempivano le pareti della villa di campagna del mio signor ( ex ) suocero. Non dipingevo invano. Per la gloria c'è tempo. L' arte rimane.
       Certo che il desiderio di fare una capatina in quella villa divenne sempre più forte. Ma rimandai anno dopo anno. L' unica trasgressione che attuai ( quasi a rubare a me stesso ) fu quella di farmi l' autoritratto.
       Lavorai di notte come un ladro. Poche ore e poi nascondevo la tela con mille precauzioni. La stessa operazione per diversi mesi.
       Fu quasi una sfida.
       Quando terminai il quadro, non stetti più nella pelle dalla gioia. Mi detti ai bagordi. Ritornando a casa, completamente ubriaco, forzavo la serratura del ripostiglio, rimanendo intontito a mirare il mio ritratto.
       Pochi giorni fa, ricevetti una lettera. Dalla busta riconobbi la scrittura di Antoinette. Che diavolo poteva volere la mia ex moglie?
       Ciò che lessi fu da brivido. "
       Bauder bevve d' un fiato due bicchieri di vino. Poi mi osservò, tacendo il finale della storia. Voleva vedere la mia reazione. Lo scongiurai di non lasciarmi sulle spine. Louis, allora, mi versò da bere. Questa volta non rifiutai e tracannai il Beaujolais.
       " Antoinette, in piena crisi depressiva ( ma, nella lettera, non mi ragguagliava sul perchè di tale stato ) , con parole terribili nella loro semplicità, mi rendeva noto che suo padre, fino dal primo giorno, dai tempi cioè della mia unica mostra, aveva distrutto tutti i miei quadri. Non ne aveva salvato nemmeno uno. Tutti bruciati. Era stata questa la vendetta del mio ex suocero, che mi aveva voluto punire per il modo con cui mi ero comportato con la figlia, dalla quale mi ero separato dopo appena sei mesi di matrimonio.
       Antoinette chiudeva la lettera, implorando il mio perdono. "
       Non rividi più Louis Bauder. Seppi che era morto in quello stesso bistrot per un attacco di delirium tremens.
       unica testimonianza artistica di quel pittore che non fu un pittore mi venne recapitata col mio massimo stupore.
       Si trattava del suo autoritratto.

http://www.la-poesia.it/racconti/mestrovich/mestrovich-index.htm

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mercoledì, 14 giugno 2006, ore 07:52

Tre favole di Oscar Wilde

Clicca qui per leggerle

IL PRINCIPE FELICE

L'USIGNOLO E LA ROSA

IL GIGANTE EGOISTA

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mercoledì, 14 giugno 2006, ore 05:13

Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand

Atto Primo

CIRANO: E’ assai ben poca cosa! Se ne potevano dire... ma ce n’erano a josa - variando di tono. - Si potea, putacaso, dirmi, in tono aggressivo: - Se avessi un cotal naso, immediatamente me lo farei tagliare!

- Amichevole: - Quando bevete, dee pescare nel bicchiere: fornitevi di un qualche vaso adatto!

- Descrittivo: - E’ una rocca!... E’ un picco! ... un capoaffatto... Ma che! l’é una penisola,in parola d’onore!

- Curioso: - A che serve quest’affare, o signore? forse da scrivania, o da portagioielli?

- Vezzoso: - Amate dunque a tal punto gli uccelli che vi occupate con amore paterno di offrire alle lor piccole zampe un si degno perno!

- Truculento: - Ehi, messere, quando nello starnuto il vapore del tabacco v’esce da un tal imbuto, non gridano i vicini "al fuoco " nella cappa?

- Cortese: - State attento,che di codesta chiappa il peso non vi mandi per terra, a capo chino!

- Pedante: - L’animale che Aristofane vuole si chiami ippo-campelo-fanto-camaleonte tante ossa e tanta carne ebbe sotto la fronte !

- Arrogante: - Ohi compare, é in moda quel puntello? Si può infatti benissimo sospendervi il cappello!

- Enfatico. - Alcun vento, o naso magistrale, non può tutto infreddarti, eccetto il Maestrale!

- Drammatico: - E’ il Mar Rosso, quando ha l’emorragia !

- Ammirativo: - Oh, insegna di gran profumeria!

- Lirico: - E’ una conca? Siete un genio del mare?

- Semplice: - Il monumento si potrà visitare?

- Rispettoso: - Soffrite vi si ossequii, mesere: questo sì che vuol dire qualcosa al sole avere "

-Rustico: - Ohé, corbezzole! Dagli, dàgli al nasino! E’ un cavolo gigante o un popon piccolino?

- Militare: - "Puntate contro cavalleria!

- Pratico: -Lo vorreste mettere in lotteria? Sarebbe il primo lotto!

- O in fin parodiando Piramo, tra i singhiozzi: - Eccolo, l’esecrando naso che la bellezza del suo gentil signore distrusse! Or ne arrossisce, guardate, il taditore! - Ecco, ecco, a un di presso, ciò che detto mi avreste se qualche po’ di spirito e di lettere aveste. Ma di spirito, voi, miserrimo furfante, mai non ne aveste un’oncia, e di lettere tante quanto occorrono a far la parola: cretino! Aveste avuto, altronde, l’ingegno così fino da potermi, al cospetto dell’inclita brigata, servirmi tutti i punti di questa cicalata, non ne avreste nemmeno la metà proferito del quarto d’una sillaba, ché, come avete udito, ho vena da servirmeli senz’alcuna riserva, ma non permetto affatto che un altro me li serva.

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sabato, 10 giugno 2006, ore 04:41

 

Danza di Narciso di Pier Paolo Pasolini
 
Io sono una viola e un ontano,
lo scuro e il pallido nella carne.
 
Spio col mio occhio allegro
l'ontano del mio petto amaro
e dei miei ricci che splendono pigri
nel sole della riva.
 
Io sono una viola e un ontano,
il nero e il rosa nella carne.
 
E guardo la viola che splende
greve e tenera nel chiaro
della mia cera di velluto
sotto l'ombra di un gelso.
 
Io sono una viola e un ontano,
il secco e il morbido nella carne.
 
La viola contorce il suo lume
sui fianchi duri dell'ontano,
e si specchiano nell'azzurro fumo
dell'acqua del mio cuore avaro.
 
Io sono una viola e un ontano,
il freddo e il tiepido nella carne.
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mercoledì, 07 giugno 2006, ore 04:45

Gertrud Kolmar 
" LA VIAGGIATRICE "

Tutti i treni del mondo sbuffano nelle mie mani,
tutti i grandi porti dondolano battelli per me,
tutte le strade dei pellegrini si slanciano nelle pianure,
prendono congedo qui perché, all'altro capo,
lieta di salutarle, sto io sorridente.
Potessi solo afferrare un lembo del mondo,
trovassi anche gli altri tre, annoderei il fazzoletto,
lo appenderei a un bastone e appoggerei sul mio dorso
la palla della terra con le guance arrossate,
coi semi bruni e l'odore di calvilla.
Pesanti griglie di bronzo sferragliano lontano il mio nome,
un gobbo casolare spia in agguato i miei passi;
immagini smarrite lontano rientrano nelle cornici,
la nostalgia del cieco e i desideri dello storpio
riempiono il mio bicchiere da viaggio ed io avida bevo.
Le braccia nude che lottano, solco i mari profondi,
attiro il cielo dentro i miei occhi di luce.
Verrà prima o poi il tempo di fermarmi al segnavia,
controllare le magre scorte, avviarmi esitante verso casa,
non essere altro che sabbia nelle scarpe di quelli che
verranno.
MoulinDesBureau
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mercoledì, 07 giugno 2006, ore 03:41

Rainer Maria Rilke

Il mendico tu sei...

Il mendico tu sei, che non ha nulla;
la pietra senza asilo; anzi il lebbroso,
espulso in bando co'l sonaglio al collo
dall'abitato, via, di porta in porta.

Nulla possiedi, come nulla ha il vento.
Solo il tuo nome ti riveste, ignudo.
L'abituccio dell'orfano risplende
al conspetto di te: sembra un tesoro.

Poverello tu sei, come la pioggia
che cade sovra i tetti a primavera;
come la nostalgia del condannato
entro la cella a cui precluso è il mondo,
come l'agonizzante che rivolge
di tra le coltri il fianco, e n'ha ristoro;
come il fiore di campo che dal solco
mulina via per gli errabondi zefiri;
come la mano in cui si versa il pianto.

A raffronto di te, che sono mai
l'uccello intirizzito su la gronda,
il cane da più giorni senza cibo,
l'animale obliato in prigionia,
che si smarrisce in tacito cordoglio?

A raffronto di te, che sono mai,
negli asili notturni, i poverelli?
Piccole pietre; Macine da nulla:
che un po' di pane, tuttavia, lo frangono.

Il più misero sei dei senza-tetto,
il mendicante che nasconde il volto,
l'immensa rosa della Povertà,
l'arcana metamorfosi perenne,
che cangia l'oro in folgorio di sole.

Tu sei l'esule eterno e silenzioso,
che non ritrova più le vie del mondo.
Urli nella bufera. Arpa distesa,
alla quale ogni musico s'infrange.

***********************************************

Orfeo Euridice Hermes

Lei così amata che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto;
così che un mondo fu lamento in cui
tutto ancora appariva: bosco e valle
villaggio e strada, campo e fiume e belva;
e sul mondo di pianto ardeva un sole
come sopra la terra, e si volgeva
coi suoi pianeti un silenzioso cielo,
un cielo in pianto di deformi stelle –
lei così amata.

***************************************


 

LA CIECA

LA STRANIERA

E... dimmi: non ti trema il cuore a parlarne,?

LA CIECA

No. Non è così remoto ormai! Era un'altra. La creatura che vedeva, che viveva allora gioiosa, guardando - è morta.

LA STRANIERA

...E fu la sua morte, straziante?

LA CIECA

La morte è sempre straziante a chi non la attenda. Occorre una gran forza a sostenerla. Anche quando muore un estraneo.

LA STRANIERA

... E t'era dunque estranea, colei?

LA CIECA

Dirò: mi è divenuta estranea. La morte rende estranea perfino la madre al figliuolo. Ma, nel primi giorni, fu orribile. Il mio corpo era una sola ferita: tutto. I1 mondo che per entro ogni cosa germoglia e fiorisce, mi parea come sradicato da me, co '1 mio cuore. Ed io gacevo là, rovesciata, come la terra sconvolta dall'aratro; e bevevo, dischiusa. la gelida pioggia delle lacrime che stillavano sommesse dalle mie spente pupille inesauste. così come dai vuoti cieli - quando Dio è morto - ricadono le nubi sul mondo.
Ed io ero tutta udito: un udito spalancato e proteso. Avvertivo anche le impercettibili cose: il fluire del tempo su' miei capelli; il tinnulo risonar dei silenzio contro sottili cristalli. Avvertivo su le mie mani, vicino vicino, come il respiro d'una gran rosa bianca. Ed insisteva in me tenace il pensiero: Notte; e mi parea di scorgere una striscia luminosa che sarebbe a poco a poco cresciuta come la luce dei giorno; e mi parca d'avviarmi verso un'alba, che riposava invece tra le mie mani, da tempo. Quando il sonno mi ricadeva greve, di colpo, giù dalle tenebre del volto, io destavo allora mia madre, gridando - «mamma! Mamma! Vieni! Fa' luce!». E rimanevo a lungo muta, con l'orecchio in ascolto. E sentivo a poco a poco sotto il capo divenirmi di pietra i cuscini. Poi, era come se, d'un tratto, io vedessi brillare qualcosa: il pianto disperato di mia madre, cui non voglio, non posso più ripensare.
«Luce! Luce! », gridavo spesso nel sogno. «Toglimi via dal volto, dal petto l'immensità dello spazio! Sollevalo alto da me! Rendilo, mamma, alle stelle! Non posso più vivere così, sotto il peso di questo incommensurabile cielo!... Ma parlo a te, mamma? Chi origlia dietro la tenda? L'inverno, mamma? o l'uragano? Mamma, la notte? Rispondimi! O il giorno?... Il giorno. Senza di me? Dunque, io non manco? Nessuno, nessun luogo avverte che manco? Nessuno domanda di me? Si son, dunque, tutti dimenticati di noi?... Di noi? Ma tu sei là, mamma. Ed hai ancora tutto per te. Non 'è vero? E le cose universe non sono elle ancora intente a dar gioja agli occhi tuoi? ... Se le tue pupille sprofondarono nel sonno perché erano tanto stanche, risaliranno - vero? Le mie, tacciono. 1 fiori han perduto le tinte. Sono gelati gli specchi. Contorta ogni riga su le pagine de' miei libri. I miei uccelli, spauriti, svolazzano pei vicoli. Si feriscono contro i gelidi vetri delle finestre. Non v' è più cosa che sia legata al mio corpo. Abbandonata da tutti. Sono un'isola deserta ».

LA STRANIERA

... Ma io son venuta pei mari.

LA CIECA

A quest'isola?... Venuta pei mari?...

LA STRANIERA

E ancora sto dentro la barca. La ho accostata, piano, a te. Si dondola adesso sui flutti. Una bandiera sventola verso terra.

LA CIECA

lo sono un'isola tutta deserta. Ma in rigoglio. Da prima - quando i vecchi sentieri correvano ancora per entro i miei nervi, guasti dall'esser troppo battuti, - anch'io atrocemente soffrivo. Tutto mi traboccava, sfuggiva dal cuore: non so verso quali sbocchi irrompendo. Dopo, li ritrovai tutti i miei sensi sfuggiti... S'eran tutti raccolti contro i miei occhi murati ed immobili. E vi facevano contro impeto in ressa, gridando.
lo non so per quanti anni stettero i miei sensi, così. Ma so i giorni in cui tornarono indietro, esausti, spossati. E più non riconoscevano nulla.
Poi, un. sentiero emerse, si scavò, si slanciò verso gli occhi. Non so più quale. Perché tutto s'aggira adesso dentro di me, impavido, con passo sicuro.
Per la tenebrosa dimora del mio corpo, i miei sensi vanno adesso, come convalescenti. E son beati di andare. Se ne stanno alcuni reclini, assorti nelle memorie. Ma altri - i più giovini e freschi - guardano fuori. Perché là dov'essi affiorano alla superficie del mio corpo, diviene questa, per incanto, cristallo. E la mia fronte, vede. E la mia mano legge poemi nelle mani che stringe. Con le pietre, cui sfiora, parla sommesso il mio piede. Ed ogni uccello prende con sé la mia voce, la distacca dalle pareti del giorno. Nulla più adesso mi manca. In suoni e in profumi si son tramutati i colori. E cantano, infinitamente soavi. Libri? Perché? Sfoglian le chiome degli alberi, le tenui dita del vento. E io so le parole che ne sfuggono. E le ripeto, a volte, sommessamente, fra me. E la Morte che spicca in eterno le umane pupille come fiori, cercherà invano le mie.

LA STRANIERA

(con un soffio:) So.

 

MoulinDesBureau
sabato, 03 giugno 2006, ore 15:43

L'orca

Poichè mi rapisci
all'ombra
del mio destino
come foglia di lauro che
si converte in acqua
e cade nel tuo fiume.
Il fango del tuo abbandono
è figlio di un
Dio impostore
che non può avere figura.

Alda Merini 

dream1980
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lunedì, 29 maggio 2006, ore 01:28

Il Canto della Schiera di Igor’

CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR', DI IGOR' FIGLIO DI SVJATOSLAV, NIPOTE DI OLEG.

Non sarebbe forse meglio, o fratelli,

intonare in stile antico il racconto della schiera di Igor', di Igor'

figlio di Svjatoslav?

Che invece questo canto

esordisca secondo i fatti

del nostro tempo, e non secondo

la fantasia di Bojan! Ché il vate Bojan,

se per qualcuno voleva cantare un canto,

si arrampicava come uno scoiattolo sugli alberi,

correva per la terra come un lupo grigio,

volava sotto le nubi come un'aquila azzurra.

Rievocava, diceva, le battaglie dei tempi andati.

Lanciava allora dieci falchi contro uno stormo di cigni,

e quale che arrivava a segno intonava per primo

un canto in onore dell'antico Jaroslav,

per l'ardito Mstislav che trafisse Rededja

davanti alle schiere circasse, al bel Roman figlio di Svjatoslav.

Ma Bojan, o fratelli, non dieci falchi

lanciava contro lo stormo di cigni:

ma posava le sue dita stregate sopra

le corde viventi e quelle da sole cantavano ai principi gloria.

Leggi il canto in versione integrale con testo originale a fronte


 

MoulinDesBureau
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lunedì, 29 maggio 2006, ore 01:13

 

Alle insegne

di

Vladimir Majakovski



Leggete libri di ferro!
Sotto il flauto d’una lettera indorata
si arrampicheranno marene affumicate
e navoni dai riccioli d’oro.

E se con allegra cagnara
turbineranno le stelle "Maggi",
anche l’ufficio di pompe funebri
moverà i propri sarcofaghi.

Quando poi, tetra e lamentevole,
spegnerà i segnali dei lampioni,
innamoratevi sotto il cielo delle bettole
dei papaveri sui bricchi di maiolica.

MoulinDesBureau
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lunedì, 29 maggio 2006, ore 01:12

Velimir Chlebnikov

Quando stanno morendo

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.

*************************************************

Dal sacco si sparsero



Dal sacco
si sparsero al suolo le cose.
Ed io penso
che il mondo
è soltanto un sogghigno,
che luccica fioco
sulle labbra di un impiccato.


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