Camminare in salita affondando i piedi nei ricordi, fino alla radice dell'Io, scisso per non sentire il dolore. Proiezioni laterali si fanno strada inutilmente. Davanti a me solo io che cerco di ridurre dissonanze e dilatazioni. Rompendo specchi interiori.
E c'è la paura di perdersi e smarrire i punti di riferimento, inghiottiti da quel continuo movimento senza fine. E poi la voglia di provare a perdersi almeno per un pò. Diventare movimento. Pensiero ciclico che sbatte contro la sabbia per poi venir inglobato nuovamente dal mare. Per poi ritrovarsi. Paura di cambiare, di camminare verso, di scegliere la direzione, di diventare metafora di sè stessi. Paura sarcastica che avvolge, sconvolge ma solo per un attimo. Poi ancora in movimento, alla ricerca di, come sempre. Fino alla prossima caduta. Tregua.
Non voglio occhi di specchio che riflettano dissociazioni di fasce luminose, non voglio staticità di punti di convergenza, li ho cercati troppo spesso e troppo in fretta da perderli senza avere il tempo di accorgermene e intanto scivolavo via anch'io inseguendo il punto focale che continuava a spostarsi e piani di interpretazione che ostinatamente si sovrapponevano e si modificavano fino alla contaminazione e a un relativismo eccessivo che mi fa girare la testa perchè sarebbe più semplice se questa linea di confine smettesse di cancellarsi e ridisegnarsi sempre, inseguendo il punto fisso in movimento vertiginoso. Sarebbe più semplice e la semplicità annullerebbe il movimento e la ricerca della prospettiva e si perderebbe l'infinito dei pensieri.
NON BEVO PIU' IL CAPPUCCINO
Mi aspetta una visita medica:
prelievo, esame della vista e dell'udito.
Per iniziare uno sporco lavoro in fabbrica.
Appuntamento alle sette in via dei mille,
e mi alzo dal suo letto con la sciatica,
a digiuno, senza aver coperto una sola volta le pupille.
Cala il sipario di una scena romantica
e per strada il freddo mi fa pensare ancora a lei.
Si, sono arrivato, sono pronto ma in pratica,
dopo aver visto le chiamate senza risposta dei miei,
al citofono non risponde nessuno. La pazienza si scarica.
Dopo un'ora che aspetto qualcuno che mi apra
scopro che gli uffici sono chiusi sia il sabato che la domenica.
Siamo stati sorrisi. E scelte condivise. A volte della felicità rubata, altre un bacio nascosto per sorriderne con gli altri. Siamo stati gioia di parole e gioia silenziosa. Siamo stati cosa avremmo voluto e dovuto, con le scelte giuste, con le scelte sbagliate, con le strade d'asfalto invitante e quelle di buche dalla speranza nascosta.
Siamo stati voglie di carne consumata a volontà, con la fame reciproca che non si è lasciata alle spalle desideri o ripensamenti. Siamo stati un cercarsi frenetico e dolce, allo stesso tempo.
Siamo stati anni, senza contarci il tempo sulle rughe che son nate di nascosto nelle notti rubate alla nostra felicità.
Siamo stati una scelta obbligata, che il tempo ha scandito e accumulato pazientemente, come solo i giorni e i mesi e gli anni sanno fare.
E siamo stati responsabilità, perché il tempo alle spalle questo ci chiedeva, e non ci siamo sottratti a esso, anzi, l'abbiamo guardato torvo con la sicurezza della nostra falsa gioventù, con i geni di una incoscienza giovanile che non avrebbe dovuto appartenerci.
Siamo stati dovere, e tempo rubato, e sbadigli di nascosto, e sonno mancato.
Siamo stati un futuro che è cresciuto lento, ma con una volontà di ferro, che ci ha lasciato più di un sorriso.
Ma siamo stati ritorsioni, e vendette, e parole di ferite di lama rovente, e accuse di muscoli dolorosi e ricordi da stomaco sofferente.
Siamo stati percorso conosciuto, dai molti, non dai più.
Un percorso di cui, un tempo, abbiamo sorriso, certi delle nostre deboli forze. Un percorso che adesso stiamo tracciando giorno per giorno, ora per ora.
Io e te.
Siamo stati.
Niente più.
[Pezzo visto, letto e "rubato" dal blog di QuotaZero]
Notte
Rabbia incantenata alla sedia, io incatenata alla sedia guardo la follia di una goccia di caffè che si espande e diventa un mondo, poi un universo, follia normale e quotidiana, qualcuno disse che la follia siamo io e voi amplificati, così tra una canzone e una poesia mi siedo davanti alla solita finestra a guardare un mondo in continua e instancabile evoluzione, a volte vorrei che si fermasse tutto, anche solo per pochi attimi sparsi, come briciole. Necessità vitale di fermarsi e riprendere le forze, un attimo solo per favore! Scusa per la mia impulsività, a volte è un vulcano in eruzione, la devo smettere di vomitare il magma bollente dei miei pensieri incasinati, emozioni sparpagliate e violente, mi dispiace ma sono claustrofobica e vorrei che la bolla di sapone rimanesse intatta il più a lungo possibile e vorrei che volasse lontana da rumorosi stimoli esterni che mi infastidiscono, almeno per un pò, solo noi due. Necessità di svuotare questo cervello fatto di pensieri compressi e ricordi impacchettati, fare spazio, spazio vitale, solo così possiamo riordinare, spazzare il camino una volta per tutte, psicoanalisi dei miei pensieri e delle sensazioni più corporee, vorrei fartele sentire sulla pelle, graffianti come il suono di un cellulare, fastidioso. Decostruzioni e ricostruzioni di un passato bendato, solo il presente ha occhi da bambino e ci sta guardando. La candela può spegnersi da un momento all'altro, quindi dobbiamo muoverci nel buio della notte "nottosa", spegniamo ogni meccanismo infernale che ci possa disturbare per un tempo indeterminato, non voglio violenze di suoni meccanici, lo so che pretendo molto, ma d'altronde non indendo, introspezione ciclica nella notte folle, risucchiamenti di non pensieri, mentre aspetto che mi venga sonno, inutile. La notte è affascinante come un uomo ombroso e silenzioso seduto al tavolo di un bar qualunque che osserva pensieri poco pensabili sgocciolare nel bicchiere di whiskey, parole di cristallo che si fracassano in terra riducendosi in mille pezzi taglienti. Mi dicevi spessissimo di non camminare scalza, perchè ci si può far male, ma persevero. Necessità vitale di sentire la libertà in tutte le sue forme, sulla pelle quando graffia, libertà di piedi scalzi e di ferite volontarie. Osservo parole di cera calda e plasmabile cadere sul pavimento a piccole gocce, creare forme originali e colorate. E lo so che il mio modo di scrivere è caotico più di quanto credevi, ma questo flusso anarchico mi serve per fermarmi, poco importa se è diventato telematico. Scrivo con staticità dei movimenti seduta davanti allo specchio, immagine di me, matassa incasinata di pensieri bollenti si srotola pian piano ma violentemente su queste pagine virtuali, allora leggimi. Continuo a fare quello che ho sempre fatto, vomito parole raccolte direttamente da strati inconsci altrimenti impenetrabili, raccolte con cura e poi sistemate esattamente nell'ordine in cui le ho trovate: caoticamente disposte nel non senso atemporale, non è necessaria la logica, la grammatica, la punteggiatura, forse potrei anche cancellare gli spazi tra una parola e l'altra, dovrei nella concatenazioneinfinitadipensieriantichiefuturi. Vomito parole vive che si sistemano da sole, associazioni infinite svincolate dalla catena del pensiero logico razionale. Vado avanti, non ricamo parole esteticamente belle, semplicemente scrivo del ripiegamento introspettivo.
follia,
infantile e delicata, ti frantumi davanti ai miei occhi come luna di vetro, rumore sordo,
silenzio,
follia di lacrime amare, lacrime di coccodrillo di chi si vede scivolare via la vita, di chi non ha il coraggio di sentire e di volare. follia vigliacca e paurosa, piangi lacrime nere, ora che non è più tempo per le lacrime e vorresti solo scappare e non puoi. follia di quei silenzi rumorosi che fanno male come urla strazianti, follia di chi si vede scivolare dalle mani proprio le cose più importanti, come sabbia, follia di porte sbattute in faccia, follia sadica che graffia la pelle affonda le unghie, cerca il sangue per farne lacrime, follia cinica che fa capolino da dietro il muro e se la ride, mi limito a cercare il confine
normalità-follia
per guardarlo, penetrarlo, attraversarlo, farlo mio
musica di pensieri, note veloci che si perdono nel magma incandescente dell'inconscio, note violente che urlano la loro rabbia, mi entrano dentro con forza, sublimazione dei pensieri più tormentosi.
ogni nota un pensiero,
pentagrammi colorati aprono nuove strade, contaminazione di generi, anche il tempo beffardo è stato soggiogato dal ticchetio del tuo metronomo, simbiosi di musica e pensiero, questa musica mi porta lontano, noti folli di ricordi impazziti e veloci, note nostalgiche di ricordi lontani. mentre continuo ad ascoltarti potrei trasformarmi in aria e dissolvermi in inchiostro-pensiero-forma, potrei anche bloccare il tempo squotere l'equilibrio, toccare la follia, volare via e cambiare forma
ogni nota un pensiero
Quel giorno imparammo che la bellezza è una coincidenza...di sguardi, attimi...di linee che disegnano sul tuo volto il fragore imperfetto di un sorriso..Imparammo che ci sono occhi in cui tutto continua a vivere intatto...occhi colmi come ceste di frutta appena colta, come spugne gonfie di acqua che piangerebbero rivoli di vita al minimo tocco.. A volte capita di inciampare in queste pozzanghere che durano sotto il sole.. che rimangono a covare sotto il pelo dell'acqua il suono del proprio dolore... E' così che mi infradiciai completamente nella tua anima... fino a scordare il mio colore per poi vederlo riaffiorare nei tuoi occhi, come dolore, come allegria come i mille sguardi rubati dal tempo che sarebbero nulla se l'occhio tuo vigile non avesse dato un senso al mio scorrere... Quel giorno imparammo la nostra bellezza inscindibile, legata a doppio filo, inesistente nella propria solitudine... come i due poli della pila, che sono la magia davanti lo sguardo ingenuo del bambino..e separati non sono nulla..
Ed è così che imparammo che la coincidenza a volte è un miracolo...
L'Ombra
Ti cercai, in sere come queste..con il vento che carezza i cespugli di lavanda e la luna che culla nel grembo le stelle..Ricordavo quand' eravamo piccoli, quando le nostre madri ci facevano dormire nello stesso letto. Quando la mia pelle e la tua avevano lo stesso odore. Mescolavi il tuo respiro al mio nel sonno in quei giorni fatti di merende e corse con la bici al sole..e la tua anima mi cresceva attorno come un'erba rampicante..Mi sono spesso chiesta come avessi potuto permettere questa graduale infestazione senza opporre resistenza. Fui il tronco attorno al quale costruisti la tua vita .. ero l'albero morto che si illude sotto foglie non sue di ascoltare il suono verde del proprio palpito.. Fui subito tua, con l'incoscienza dei piedi nudi su di un prato, fui subito tua perchè non ti distinguevo da me...Adesso che sei impalpabile come un ricordo il mio sguardo cerca il filo degli anni , cerca a ritroso il significato del nostro essere...Adesso che il freddo ha gelato le foglie che credevo mie ,scorgo un nocciolo di dolore in fondo al cuore che germoglia vita nel pianto...
sempre tua
M.
.
(farfallaubriaca...)
Vorrei, vorrei eccome,ma non posso.
Ora posso, ma non ho una stracazzo di voglia.
E così i miei sogni restano ammuchiati in questo glande incorniciato di capelli pizzo ed occhiali rossi.
A che servono dieci dita in due mani che rollano tabacco e si coccolano l'uccello assonato di Valium e Vecchia romagna?
Seduto su una panchina di granito bianco con alle spalle la chiesa di Santo Stefano a rubare capezzoli, inguini e scollature
in attesa, che Vorrei e Posso trovino un accordo.
( Alessandria 2004, in attesa di un pasto alla mensa della Caritas )