mercoledì, 01 aprile 2009, ore 14:26





filtra pallida
e s'appoggia sulle mani
vibrando negli schizzi
di un proiettile

siamo stati infiniti,
senza ombra










Altre Parole & Fotografie @ Caos, Hypnos & Oneiros
Model, Concept & Styling: Anna Utopia Giordano - Photographer: Andrea Lojacono
AcidxBurn
venerdì, 10 ottobre 2008, ore 03:00

La collina ( da Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters)

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia,
il buffone, il beone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì con febbre,
uno fu arso in una miniera,
uno fu ucciso in una zuffa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per moglie e figli -
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Lizzie e Edith,
il tenero cuore, l'anima semplice, la rumorosa,
l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto vergognoso,
una d'un amore contrastato,
una per mano di un bruto in un bordello,
una d'orgoglio spezzato inseguendo il desiderio del cuore,
una dopo una vita nelle lontane Londra e Parigi
fu riportata al suo angusto spazio vicino a Ella a Kate e a Mag.
Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il Maggiore Walker che aveva parlato
con uomini venerabili della rivoluzione? -
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono figli morti dalla guerra,
e figlie che la vita aveva schiacciato,
e i loro orfani, in pianto -
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov'è il vecchio violinista Jones
che giocò con la vita per tutti i novant'anni,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, chiassando, non pensando né a moglie né a famiglia,
né all'oro, né all'amore, né al Cielo?
Eccolo Ciancia di pesce fritto di tanto tempo fa,
delle corse di cavalli di tanto tempo fa al Boschetto di Clary,
di quel che Abe Lincoln disse
una volta a Springfield.

 

MoulinDesBureau
domenica, 14 settembre 2008, ore 04:04

Nascere è una cosa sporca

Birthmachine di H.R. Giger

Piscia sulle mie pagine bianche


stuprami con l’inchiostro


delle tue dita sporche



Vomita nel mio sesso


la tua ispirazione



Voglio l’orgasmo delle nove muse


mentre bevono dalla sorgente


di tutti gli scoli del mondo



Sono la tua fogna


sul monte Citerone



Calpestami coi tuoi piedi bucati


Oh Edipo



Smembra tuo padre



Copula con tua madre



Sii come Dio


il tuo serpente sarò io



Nutriti di conoscenza


nell’eterno ritorno


del bene e del male



Come mela dall’albero cadrò


sulla testa degli sciocchi



E la gravità mi avrà.

MoulinDesBureau
martedì, 20 novembre 2007, ore 02:19

Cieli calpestati

Immagine di Amie Dicke

 

Scale esauste

abitate da una strage di capelli.

Luna,

esanime maitresse

di un cielo imbrattato

di stelle vergini.

Ed io supernova cadente

stendo un tappeto di sangue

per i cieli calpestati.

MoulinDesBureau
martedì, 28 novembre 2006, ore 04:59

TURANDOT

Nessun dorma!... Nessun dorma!...

...Ma il mio mistero è chiuso in me...

...il nome mio nessun saprà!...

...Dilegua, o notte! tramontate, stelle!

Tramontate, stelle! All'alba vincerò!

(G.Puccini  ' Turandot ' Atto III, Scena 1)

*

Per leggere l'opera potete visitare il sito:

http://www.karadar.com/Librettos/puccini_TURANDOT.html

MoulinDesBureau
martedì, 12 settembre 2006, ore 02:29

Tango per due di Francesco Guccini

Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera:
la vita è solo una cosa rimasta indietro: non c'è più ma c'era;
composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica;
l'oggi ha cambiato facciata, ma di quell'ieri passato io so
che tante ne potreste raccontare, e il ricordo stempera e non guasta,
quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta,
nate con un rapido: "a domani", continuate in giorni di "sì" e "no",
lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò.
Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole, lei...
lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole;
lui bar, alcool, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei...
lei ràion, lei signorina, la permanente coi ricci.
Coppia di fronte a bianchino, anonimo vino frizzante anidride:
la vita: che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride.
Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena,
datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena.
Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore,
ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l'amore,
quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio di un viale,
quel gioco ardente e discreto, d'allora sempre diverso ed uguale...
chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,
sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi,
perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so,
impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò.
Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole, lei...
lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole;
lui bar, alcool, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei...
lei ràion, lei signorina, lei... lei...

Da "Quello che non"

MoulinDesBureau
martedì, 12 settembre 2006, ore 02:21

Quello che non di Francesco Guccini

La vedi nel cielo quell'alta pressione? La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato che il Dio dell'inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato.
Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe,
l'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita.
Non siamo la polvere di un angolo tetro né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo.
Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda visione,
è l'urlo di sempre che dice pian piano: "Non siamo, non siamo, non siamo."

Da " Quello che non"

MoulinDesBureau
martedì, 22 agosto 2006, ore 05:28

Lettera di Francesco Guccini

In giardino il ciliegio è fiorito
agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito
di neve di pioppi e di parole.
All'una in punto si sente il suono
acciottolante che fanno i piatti,
le TV sono un rombo di tuono
per l'indifferenza scostante dei gatti ;
come vedi tutto è normale
in questa inutile sarabanda
ma nell'intreccio di vita uguale
soffia il libeccio di una domanda
punge il rovaio di un dubbio eterno
un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l'inverno
per desiderare una nuova estate.

Son tornate a sbocciare le strade,
ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre
nel viso uguale e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia,
sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria
grida di rondini e ragazzini ;
come vedi tutto è consueto
in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattrista, io sono lieto
di questa pista di voglia e sorte
di questa rete troppo smagliata,
di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata,
di chi starnazza e non vuol volare.

Appassiscono piano le rose,
spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose
negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull'erba verde
fantastico piano sul mio passato
ma l'età all'improvviso disperde
quel che credevo e non sono stato ;
come senti tutto va liscio
in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio,
di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco,
dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco
troppo vicine o troppo distanti.

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende ?
Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende
la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati,
la gioia piana degli appetiti,
l'arsura sana degli assetati,
la fede cieca in poveri miti ?
Come vedi tutto è usuale,
solo che il tempo chiude la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale
l'affanno e l'ansimo dopo una corsa,
l'ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami vita.

Da “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”

MoulinDesBureau
martedì, 25 luglio 2006, ore 02:05

SII PAZIENTE

Caspiterina arrivo a casa adesso..il buio che tanto mi può dare.

Recito parole del DellaCasa e mi stringo alla mia paura.

A volte non conta un cazzo se siamo povere anime tiepide,

perchè io stanotte vado a dormire..buonanotte.

smith222
mercoledì, 12 luglio 2006, ore 01:23

MERITO GIORNI MIGLIORI, FRESCHI.

Si spengono le luci sul bus.

Ululo di piacere, ma dopo poco si riaccendono

ed il signore dietro di me

continua a fissare le sue gambe.

Gambe in madre perla

leggermente coperte da grinze della gonna.

A me non frega ma sento la frenata

e l'autista che dice - fuori di qui .

Merito giorni migliori, freschi.

L'autobus è fermo per guasto, scendo,

e mi siedo per aspettare il prossimo.

Il prossimo si fermò nei miei sogni.

A volte credo di amare i miei disagi.

Si rispengono le luci del bus

e quel signore è sempre dietro di me.

Sono finite le gambe e tutti gli altri guasti.

smith222
sabato, 08 luglio 2006, ore 03:13

HO VISTO I TUOI OCCHI E NON DORMIREI

Dal momento che stiamo male..facciamolo.

Forse stanotte lo hai già fatto ma non mi frega,

ho visto i tuoi occhi e non dormirei.

Non dormirei, cercherei di sentirmi per una volta,

una sola volta, bene come chi mi circonda.

Chi mi circonda mi odia. tu?

Penso che il nervoso non riesca a farmi morire,

ma peggio: restar sveglio mentre ti tocca. Bastardo.

Ho vomitato e non era per l'alcool, il rimpianto, o il bastardo,

avevo maldistomaco ma volevo farlo.

smith222
venerdì, 07 luglio 2006, ore 23:37

Non voglio occhi di specchio che riflettano dissociazioni di fasce luminose, non voglio staticità di punti di convergenza, li ho cercati troppo spesso e troppo in fretta da perderli senza avere il tempo di accorgermene e intanto scivolavo via anch'io inseguendo il punto focale che continuava a spostarsi e piani di interpretazione che ostinatamente si sovrapponevano e si modificavano fino alla contaminazione e a un relativismo eccessivo che mi fa girare la testa perchè sarebbe più semplice se questa linea di confine smettesse di cancellarsi e ridisegnarsi sempre, inseguendo il punto fisso in movimento vertiginoso. Sarebbe più semplice e la semplicità annullerebbe il movimento e la ricerca della prospettiva e si perderebbe l'infinito dei pensieri.  

dream1980
venerdì, 30 giugno 2006, ore 02:12

ERO PIU' RICERCATO QUANDO PARLAVO DI SESSO

Le luci di via Madama Cristina scorrono pian piano.

Mentre leggo i testi di Ultra, seduto sul bus,

un signore con i baffi mi spia. Forse mi vuole baciare.

- I messicani in America lavorano come i cinesi qui -

Me l'ha detto lui, si, ha provato a parlarmi.

Vorrei non soffrire per i prossimi giorni,

vorrei indietro le mie gambe e la mia schiena,

vorrei mangiare qualcosa, abbracciare qualcuno.

Le mie mani mi sfiorano le gambe, la faccia, la testa,

penso di star bene e di poter ancora migliorare.

smith222
giovedì, 29 giugno 2006, ore 02:13

MI SONO LICENZIATO PERCHE' ERO STUFO DI VEDERVI

Mi sono licenziato perchè ero stufo di vedervi,

sentirvi fischiare, andare poi in ospedale,

e ritornare a lavorare dopo sei ore.

I corridoi con i tubi a vista, i cartelli,

i segni della frusta, volti senza tristezza.

Per venir da lei mezzi pubblici speciali per gli operai.

Attraverso la strada non guardando la facciata dell'ospedale,

giro poi a sinistra e faccio le scale.

Il suo corpo sdraiato su un letto, morbido,

e il suo sguardo che mi vede arrivare,

sono quelle cose che mi fanno licenziare.

smith222
mercoledì, 28 giugno 2006, ore 02:22

NON PIOVE PIU'.

Sono in grado di fare tutte quelle cose che non vuoi vedere.

Sordo, unto, con uno sguardo idiota vedo il grigio delle serrande,

e mi rigiro verso il letto. Sono pieno di sputi, non ti puoi sedere.

Il caldo, centinaia di odori stagnanti nella macchia più grande.

Perfavore una moneta..per continuar la ballata dello stupido poeta.

Mi vendon rose marce, anelli di fil di ferro, non pulisco.

Mia morosa questa sera, ho il  fiato da galera, paghi tu la cena,

ti do un bacio sulla guancia e m'abbandoni, non capisco.

Quante altre rose marce appoggiate al muro senza la catena.

Ancora una moneta..per continuare la ballata dello stupido poeta.

A notte fonda svengo su una sedia e mi ritrovo a letto,

a sognare i miei amici e i morti, paesaggi distorti, maschi, mostri.

Con voglia mi faccio la barba, sulla testa vedo corna, ma m'accetto.

Ancora per poco ed i miei organi saranno vostri.

Spegnete la candela,  finita la ballata dello stupido poeta.

smith222
martedì, 20 giugno 2006, ore 02:04

UN BACIO

Esco di casa, sudo e mi viene il magone.

smith222
domenica, 18 giugno 2006, ore 06:55

Imagine...

Non c'è solitudine in grado di ardere il mondo

non c'è cavallo di legno in grado di espugnare la fortezza di una città

non c'è ombra in grado di staccarsi dai piedi del suo padrone

non c'è musica in grado di commuovere un carro armato

non c'è mano in grado di tramutare dell'oro in un uomo.

          non c'è rogo contro la memoria, senza un mondo immaginato.

          Imagine...

MoulinDesBureau
mercoledì, 07 giugno 2006, ore 03:41

Rainer Maria Rilke

Il mendico tu sei...

Il mendico tu sei, che non ha nulla;
la pietra senza asilo; anzi il lebbroso,
espulso in bando co'l sonaglio al collo
dall'abitato, via, di porta in porta.

Nulla possiedi, come nulla ha il vento.
Solo il tuo nome ti riveste, ignudo.
L'abituccio dell'orfano risplende
al conspetto di te: sembra un tesoro.

Poverello tu sei, come la pioggia
che cade sovra i tetti a primavera;
come la nostalgia del condannato
entro la cella a cui precluso è il mondo,
come l'agonizzante che rivolge
di tra le coltri il fianco, e n'ha ristoro;
come il fiore di campo che dal solco
mulina via per gli errabondi zefiri;
come la mano in cui si versa il pianto.

A raffronto di te, che sono mai
l'uccello intirizzito su la gronda,
il cane da più giorni senza cibo,
l'animale obliato in prigionia,
che si smarrisce in tacito cordoglio?

A raffronto di te, che sono mai,
negli asili notturni, i poverelli?
Piccole pietre; Macine da nulla:
che un po' di pane, tuttavia, lo frangono.

Il più misero sei dei senza-tetto,
il mendicante che nasconde il volto,
l'immensa rosa della Povertà,
l'arcana metamorfosi perenne,
che cangia l'oro in folgorio di sole.

Tu sei l'esule eterno e silenzioso,
che non ritrova più le vie del mondo.
Urli nella bufera. Arpa distesa,
alla quale ogni musico s'infrange.

***********************************************

Orfeo Euridice Hermes

Lei così amata che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto;
così che un mondo fu lamento in cui
tutto ancora appariva: bosco e valle
villaggio e strada, campo e fiume e belva;
e sul mondo di pianto ardeva un sole
come sopra la terra, e si volgeva
coi suoi pianeti un silenzioso cielo,
un cielo in pianto di deformi stelle –
lei così amata.

***************************************


 

LA CIECA

LA STRANIERA

E... dimmi: non ti trema il cuore a parlarne,?

LA CIECA

No. Non è così remoto ormai! Era un'altra. La creatura che vedeva, che viveva allora gioiosa, guardando - è morta.

LA STRANIERA

...E fu la sua morte, straziante?

LA CIECA

La morte è sempre straziante a chi non la attenda. Occorre una gran forza a sostenerla. Anche quando muore un estraneo.

LA STRANIERA

... E t'era dunque estranea, colei?

LA CIECA

Dirò: mi è divenuta estranea. La morte rende estranea perfino la madre al figliuolo. Ma, nel primi giorni, fu orribile. Il mio corpo era una sola ferita: tutto. I1 mondo che per entro ogni cosa germoglia e fiorisce, mi parea come sradicato da me, co '1 mio cuore. Ed io gacevo là, rovesciata, come la terra sconvolta dall'aratro; e bevevo, dischiusa. la gelida pioggia delle lacrime che stillavano sommesse dalle mie spente pupille inesauste. così come dai vuoti cieli - quando Dio è morto - ricadono le nubi sul mondo.
Ed io ero tutta udito: un udito spalancato e proteso. Avvertivo anche le impercettibili cose: il fluire del tempo su' miei capelli; il tinnulo risonar dei silenzio contro sottili cristalli. Avvertivo su le mie mani, vicino vicino, come il respiro d'una gran rosa bianca. Ed insisteva in me tenace il pensiero: Notte; e mi parea di scorgere una striscia luminosa che sarebbe a poco a poco cresciuta come la luce dei giorno; e mi parca d'avviarmi verso un'alba, che riposava invece tra le mie mani, da tempo. Quando il sonno mi ricadeva greve, di colpo, giù dalle tenebre del volto, io destavo allora mia madre, gridando - «mamma! Mamma! Vieni! Fa' luce!». E rimanevo a lungo muta, con l'orecchio in ascolto. E sentivo a poco a poco sotto il capo divenirmi di pietra i cuscini. Poi, era come se, d'un tratto, io vedessi brillare qualcosa: il pianto disperato di mia madre, cui non voglio, non posso più ripensare.
«Luce! Luce! », gridavo spesso nel sogno. «Toglimi via dal volto, dal petto l'immensità dello spazio! Sollevalo alto da me! Rendilo, mamma, alle stelle! Non posso più vivere così, sotto il peso di questo incommensurabile cielo!... Ma parlo a te, mamma? Chi origlia dietro la tenda? L'inverno, mamma? o l'uragano? Mamma, la notte? Rispondimi! O il giorno?... Il giorno. Senza di me? Dunque, io non manco? Nessuno, nessun luogo avverte che manco? Nessuno domanda di me? Si son, dunque, tutti dimenticati di noi?... Di noi? Ma tu sei là, mamma. Ed hai ancora tutto per te. Non 'è vero? E le cose universe non sono elle ancora intente a dar gioja agli occhi tuoi? ... Se le tue pupille sprofondarono nel sonno perché erano tanto stanche, risaliranno - vero? Le mie, tacciono. 1 fiori han perduto le tinte. Sono gelati gli specchi. Contorta ogni riga su le pagine de' miei libri. I miei uccelli, spauriti, svolazzano pei vicoli. Si feriscono contro i gelidi vetri delle finestre. Non v' è più cosa che sia legata al mio corpo. Abbandonata da tutti. Sono un'isola deserta ».

LA STRANIERA

... Ma io son venuta pei mari.

LA CIECA

A quest'isola?... Venuta pei mari?...

LA STRANIERA

E ancora sto dentro la barca. La ho accostata, piano, a te. Si dondola adesso sui flutti. Una bandiera sventola verso terra.

LA CIECA

lo sono un'isola tutta deserta. Ma in rigoglio. Da prima - quando i vecchi sentieri correvano ancora per entro i miei nervi, guasti dall'esser troppo battuti, - anch'io atrocemente soffrivo. Tutto mi traboccava, sfuggiva dal cuore: non so verso quali sbocchi irrompendo. Dopo, li ritrovai tutti i miei sensi sfuggiti... S'eran tutti raccolti contro i miei occhi murati ed immobili. E vi facevano contro impeto in ressa, gridando.
lo non so per quanti anni stettero i miei sensi, così. Ma so i giorni in cui tornarono indietro, esausti, spossati. E più non riconoscevano nulla.
Poi, un. sentiero emerse, si scavò, si slanciò verso gli occhi. Non so più quale. Perché tutto s'aggira adesso dentro di me, impavido, con passo sicuro.
Per la tenebrosa dimora del mio corpo, i miei sensi vanno adesso, come convalescenti. E son beati di andare. Se ne stanno alcuni reclini, assorti nelle memorie. Ma altri - i più giovini e freschi - guardano fuori. Perché là dov'essi affiorano alla superficie del mio corpo, diviene questa, per incanto, cristallo. E la mia fronte, vede. E la mia mano legge poemi nelle mani che stringe. Con le pietre, cui sfiora, parla sommesso il mio piede. Ed ogni uccello prende con sé la mia voce, la distacca dalle pareti del giorno. Nulla più adesso mi manca. In suoni e in profumi si son tramutati i colori. E cantano, infinitamente soavi. Libri? Perché? Sfoglian le chiome degli alberi, le tenui dita del vento. E io so le parole che ne sfuggono. E le ripeto, a volte, sommessamente, fra me. E la Morte che spicca in eterno le umane pupille come fiori, cercherà invano le mie.

LA STRANIERA

(con un soffio:) So.

 

MoulinDesBureau
sabato, 03 giugno 2006, ore 15:24

Notte

Rabbia incantenata alla sedia, io incatenata alla sedia guardo la follia di una goccia di caffè che si espande e diventa un mondo, poi un universo, follia normale e quotidiana, qualcuno disse che la follia siamo io e voi amplificati, così tra una canzone e una poesia mi siedo davanti alla solita finestra a guardare un mondo in continua e instancabile evoluzione, a volte vorrei che si fermasse tutto, anche solo per pochi attimi sparsi, come briciole. Necessità vitale di fermarsi e riprendere le forze, un attimo solo per favore! Scusa per la mia impulsività, a volte è un vulcano in eruzione, la devo smettere di vomitare il magma bollente dei miei pensieri incasinati, emozioni sparpagliate e violente, mi dispiace ma sono claustrofobica e vorrei che la bolla di sapone rimanesse intatta il più a lungo possibile e vorrei che volasse lontana da rumorosi stimoli esterni che mi infastidiscono, almeno per un pò, solo noi due. Necessità di svuotare questo cervello fatto di pensieri compressi e ricordi impacchettati, fare spazio, spazio vitale, solo così possiamo  riordinare, spazzare il camino una volta per tutte, psicoanalisi dei miei pensieri e delle sensazioni più corporee, vorrei fartele sentire sulla pelle, graffianti come il suono di un cellulare, fastidioso. Decostruzioni e ricostruzioni di un passato bendato, solo il presente ha occhi da bambino e ci  sta guardando. La candela può spegnersi da un momento all'altro, quindi dobbiamo muoverci nel buio della notte "nottosa", spegniamo ogni meccanismo infernale che ci possa disturbare per un tempo indeterminato, non voglio violenze di suoni meccanici, lo so che pretendo molto, ma d'altronde non indendo, introspezione ciclica nella notte folle, risucchiamenti di non pensieri, mentre aspetto che mi venga sonno, inutile. La notte è affascinante come un uomo ombroso e silenzioso seduto al tavolo di un bar qualunque che osserva pensieri poco pensabili sgocciolare nel bicchiere di whiskey, parole di cristallo che si fracassano in terra riducendosi in mille pezzi taglienti. Mi  dicevi spessissimo di non camminare scalza, perchè ci si può far male, ma persevero. Necessità vitale di sentire la libertà in tutte le sue forme, sulla pelle quando graffia, libertà di piedi scalzi e di ferite volontarie. Osservo parole di cera calda e plasmabile cadere sul pavimento a piccole gocce, creare forme originali e colorate. E lo so che il mio modo di scrivere è caotico più di quanto credevi, ma questo flusso anarchico mi serve per fermarmi, poco importa se è diventato telematico. Scrivo con staticità dei movimenti seduta davanti allo specchio, immagine di me, matassa incasinata di pensieri bollenti si srotola pian piano ma violentemente su queste pagine virtuali, allora leggimi. Continuo a fare quello che ho sempre fatto, vomito parole raccolte direttamente da strati inconsci altrimenti impenetrabili, raccolte con cura e poi sistemate esattamente nell'ordine in cui le ho trovate: caoticamente disposte nel non senso atemporale, non è necessaria la logica, la grammatica, la punteggiatura, forse potrei anche cancellare gli spazi tra una parola e l'altra, dovrei nella concatenazioneinfinitadipensieriantichiefuturi. Vomito parole vive che si sistemano da sole, associazioni infinite svincolate dalla catena del pensiero logico razionale. Vado avanti, non ricamo parole esteticamente belle, semplicemente scrivo del ripiegamento introspettivo.

dream1980
giovedì, 25 maggio 2006, ore 16:30

follia,

infantile e delicata, ti frantumi davanti ai miei occhi come luna di vetro, rumore sordo,

silenzio,

follia di lacrime amare, lacrime di coccodrillo di chi si vede scivolare via la vita, di chi non ha il coraggio di sentire e di volare. follia vigliacca e paurosa, piangi lacrime nere, ora che non è più tempo per le lacrime e vorresti solo scappare e non puoi. follia di quei silenzi rumorosi che fanno male come urla strazianti, follia di chi si vede scivolare dalle mani proprio le cose più importanti, come sabbia, follia di porte sbattute in faccia, follia sadica che graffia la pelle affonda le unghie, cerca il sangue per farne lacrime, follia cinica che fa capolino da dietro il muro e se la ride, mi limito a cercare il confine

normalità-follia

per guardarlo, penetrarlo, attraversarlo, farlo mio

dream1980