martedì, 21 ottobre 2008, ore 16:33

(Senza titolo)
A volte
mi trovo
a riflettere
alla tristezza
del mondo al
mio malessere
a quanto
l'apocalisse
dovesse
fagocitare
tutte le maschere
dell'ipocrisia ed
i suoi compromessi
ma è solo un
sogno un
lento sperare
di non vedere
con i miei
occhi la fine
del mondo
è solo un
sogno mi ripeto
assente
assetato del
mio bisogno da
perdente di
poter sognare
ancora oltre
tutte le cicatrici
che ho in
corpo e sembrano
un cappio intorno
al collo è solo
un sogno
speriamo che
si avveri.

ashurado
giovedì, 02 ottobre 2008, ore 12:07

la_vena_16.02[01]

L'omino dei Bagni

 

"La mamma di Lele fa i bucchini con il culo"
"Tiziana ti Amo" e subito sotto l'inmacabile controcanto: "Tiziana la sera pettina i culi con la lingua"
Non sono le opere in cartellone per la stagione lirica bolognese , ma i graffiti dei bagni pubblici di Piazza Verdi a Bologna, in cui fra una pedalata e l'altra in giro per l'Italia sono finito a lavorare per il mese di Agosto. Venticinquemila chilometri in quattro anni per finire in un seminterrato a pulire e custodire un cesso, che però ha una caratteristica che meritava Una tappa.
Piazza Verdi a Bologna è il luogo d'incontro di giovani universitari, di gente normale in cerca di brividi e piccole trasgressioni,di sbandati di vario genere e nazionalità e non ultimo una nota zona di spaccio.
Bologna per la sua architettura si presenta come un monumentale presepe, chilometri di portici, edifici storici e stradine ciotolate che potrebbero fare da sfondo per favole incantevoli.
L'incanto però si interrompe sulla soglia dei bagni pubblici della piazza. Un budello di venti gradini porta nel girone infernale dei disperati a quattro metri sotto il presepe, e li è tutta un'altra storia. Lì seduto al tavolino con le parole crociate per ammazzare il tempo, potresti essere in un qualsiasi paese del mondo dove abitualmente si consuma eroina e cocaina, fumata, bucata fumata e bucata insieme.
Li distingui subito quelli che vengono a "farsi" da quelli che concludono con la classica scrollatina, i primi arrivano agitati e nervosetti come se gli stesse chiudendo la posta o il supermercato nel tardo pomeriggio di sabato.
Seduto a guardare questa intraprendente umanità penso che molti di loro ce la faranno, metteranno la "testa a posto", si sposeranno e metteranno su famiglia. Altri questo lo hanno avuto e gettato nei cessi di tutto il mondo.
Altri ancora sono già morti: morti che camminano, morti che si sbattano.
In un gioco assurdo che serve almeno a far passare il tempo cerco di riconoscere quelli che creperanno per prima, ma la realtà è che potresti crepare a vent'anni al primo buco come potresti sopravvivere per trent'anni e cavartela con un'epatite.
E' ferragosto e l'omino dei bagni arriva poco prima di mezzogiorno, si siede ai piedi di un albero. Guarda il cancello che precede il budello che porta nel girone infernale dei drogati, e piange.
" Queste bastarde e questi bastardi mi stanno ributtando in faccia la disperazione di un tempo non troppo lontano.
C'e qualcosa che va ben oltre lo strazio, che non ha neppure a che fare con morte, ma piuttosto con la Non vita. Una condizione che credo non esista in natura ma che noi riusciamo a produrre, quello stato di sospensione che Raffaella chiama "Condanna a Vita" a vivere.

Stefano Bruccoleri

analkoliker
domenica, 14 settembre 2008, ore 04:04

Nascere è una cosa sporca

Birthmachine di H.R. Giger

Piscia sulle mie pagine bianche


stuprami con l’inchiostro


delle tue dita sporche



Vomita nel mio sesso


la tua ispirazione



Voglio l’orgasmo delle nove muse


mentre bevono dalla sorgente


di tutti gli scoli del mondo



Sono la tua fogna


sul monte Citerone



Calpestami coi tuoi piedi bucati


Oh Edipo



Smembra tuo padre



Copula con tua madre



Sii come Dio


il tuo serpente sarò io



Nutriti di conoscenza


nell’eterno ritorno


del bene e del male



Come mela dall’albero cadrò


sulla testa degli sciocchi



E la gravità mi avrà.

MoulinDesBureau
martedì, 22 agosto 2006, ore 05:28

Lettera di Francesco Guccini

In giardino il ciliegio è fiorito
agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito
di neve di pioppi e di parole.
All'una in punto si sente il suono
acciottolante che fanno i piatti,
le TV sono un rombo di tuono
per l'indifferenza scostante dei gatti ;
come vedi tutto è normale
in questa inutile sarabanda
ma nell'intreccio di vita uguale
soffia il libeccio di una domanda
punge il rovaio di un dubbio eterno
un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l'inverno
per desiderare una nuova estate.

Son tornate a sbocciare le strade,
ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre
nel viso uguale e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia,
sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria
grida di rondini e ragazzini ;
come vedi tutto è consueto
in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattrista, io sono lieto
di questa pista di voglia e sorte
di questa rete troppo smagliata,
di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata,
di chi starnazza e non vuol volare.

Appassiscono piano le rose,
spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose
negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull'erba verde
fantastico piano sul mio passato
ma l'età all'improvviso disperde
quel che credevo e non sono stato ;
come senti tutto va liscio
in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio,
di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco,
dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco
troppo vicine o troppo distanti.

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende ?
Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende
la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati,
la gioia piana degli appetiti,
l'arsura sana degli assetati,
la fede cieca in poveri miti ?
Come vedi tutto è usuale,
solo che il tempo chiude la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale
l'affanno e l'ansimo dopo una corsa,
l'ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami vita.

Da “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”

MoulinDesBureau
domenica, 09 aprile 2006, ore 20:06

Sillogismo dell’essere:
inesistenza del concreto.

Astrattismo ideologico.

valesdn
martedì, 21 marzo 2006, ore 19:06

Antropomorfa arte formale

neo in marino rigetto, in

alternanza di sguardi attenti, ignari,

liposolubili versi di note, pennellate di generazioni;

forza di sensoriali sensi,

alifatici organismi pluricellulari

bramanti diversa essenza

elusiva d’apparente inganno

tattica tridimensionale : astrattismo

interiore dell’uomo critico,

solitario animale politico,

moribondo oratore in retorici epiteti formulari

oltraggiati: traduzione.

 

 

 

Orafi di commedia teatrale,

terenziana-plautina presenza scenica, in

trattati ciceroniani: filosofia di politicità poliedrica,

iato di sostanza eterogenea,

carbossilica fossilizzazione

ossigenata in ozono-solfuro.

 

 

 

Intrecciata cartapesta d’emozioni soffuse:

Notre Dame assenzialista in rocche barocche abitazioni.

 

 

 

Silenziose dislessie, remolanti vocali,

turbine nel vento in tempesta,

rubino celeste, scoglio in rigoglioso verdeggiante manto stradale,

avvolgente sentimenti di animo oppresso, tra scorrevole;

bisillabi piani- forti

in deambulate gemme psichiche: grammaticali periodi,

caseifici catramati, d’avorio baldacchino,

hotel d’ostello in cibate spezie dal contorno incerto:

evoluzione di forma e materia: malformazione virale.

 

 

 

Antropomorfo ermetismo dell’essere,

lascivo ascolto di animato buio in

latrati di moda: passerella dell’estetismo

illuminato mascherar platino,

timballo di carne, affettata da criticar altrui in

tortuoso cammin del progresso

eiaculazione d’insegnamento socratico,

radiata concentrazione

angolare circonferenza rettificata:

zona alfa dell’essere in al di là trasposizione,

ioni emotivi in catalittiche miscele idrocarbure,

oltre punto isoelettrico della prosa adolescenziale

negligente maturità del tradizional costume

inscenato abbigliamento:nuvole  d’Aristofane.                                          

 

 

 

Sibilanti spogli suoni

inibiti stati d’animo

lasciati nudi in lignee pareti,

lettighe verticali d’appoggio:

affannati piaceri in

belati d’amor perpetuo,

in versatile orgasmo mentale: croniche in

concentrazioni muscolari;

hamburger sfottuti in arrosto di macello:

erudita costruzione d’essere paratattico.

 

 

 

 

 

 

 vale

 

valesdn
venerdì, 17 febbraio 2006, ore 23:45

LA segnaletica dell'anima

 

LA segnaletica dell'anima ci impone di osservare,di comprendere,di

confortare.Non gli è propria l'univocità del senso,la nettezza del

linguaggio,il taglio del giudizio.Troppa vita rimane fuori una volta

"compresa" e lei,l'anima, si ribella,si rifiuta e ci chiede di guardare

meglio...chè c'è ancora qualcosa da vedere,da COM-PRENDERE se solo noi

stessimo un pò zitti;se soltanto per un attimo la smettessimo di applicare

sempre gli stessi schemi a quelle che ci sembrano le stesse situazioni.
E'un pò come quando si fanno i dolci.Si applica uno stampino ad una pasta

più o meno informe,dai contorni indefiniti e viene fuori un dolce della

forma prescelta.Ma i residui?Vengono buttati,non erano adeguati alla forma

che noi volevamo.Ecco,io credo che la stessa cosa accada con la ragione,con

il pensiero,quando lo applichiamo alla realtà per comprenderla,per farla

nostra.Naturalmente si dirà:"Ma con cosa,allora,comprendo la realtà,la vita

che mi sta intorno?"Si potrebbe forse provare ad invertire i termini del

processo:invece di ridurre il fenomeno alla misura della nostra

comprensione,proviamo ad allargare la nostra visuale fino a comprendere "più

fenomeno"possibile.Meno residui di vita ci permetterebbero di ascoltare la

polifonia del senso,che è il linguaggio proprio dell'anima...la quale non

conosce categorie o giudizi e tantomeno pregiudizi.No,lei

osserva,accoglie,il più delle volte rimane in ascolto e

soprattutto...aspetta.
"La somma della nostra esistenza divisa per la ragione non dà mai un quoziente esatto,ma lascia sempre uno strano resto...."
                                                         Goethe

meister
mercoledì, 15 febbraio 2006, ore 17:05

Noi crediamo di sapere ma,in realtà, sappiamo soltanto ciò che creiamo noi stessi in un istante "dato"della nostra vita,quando siamo posti di fronte al mondo.Forse bisognerebbe negare la cittadinanza alla ragione nella casa della verità.La derivazione delle cose del mondo da un principio che "non"è ragione è confortata dall'evocazione del sentimento quale testimone muto dello spaesamento,quando non dello sradicamento,che proviamo a volte di fronte alla realtà.Non so a voi,a me capita spesso che l'orizzonte di senso impostomi dalla ragione venga contraddetto da un intimo sentire,da un qualcosa che mi sale dentro ma che,non trovando altro che le parole per esprimersi,se ne torna giù,in un luogo indistinto,oscuro,la presenza del quale è garantita soltanto dal divieto posto al linguaggio,dalla resa di fronte a qualunque tentativo di comprensione.E' un vuoto alle spalle della vita quello che avverto,che a volte mi chiama e  mi fa percepire il "significato"come una gabbia,che tende al possesso di un senso ulteriore,non subordinato alle parole nè a nessuna cornice di riferimento concettuale,che non tiene conto dei vincoli genetici,morfologici,culturali che in gran parte decidono della nostra vita.Io credo che la verità abiti l'interiorità....ma renda disabitato il mondo.
meister