martedì, 20 gennaio 2009, ore 20:08

scarpe piediSeconda Parte

Dal diario di viaggio Senza fissa dimora di successo

                                                                       Bologna inverno 2005

A questo punto devo trovare un posto per la notte, anche se qualcosa  su come trovare un posto in cui dormire l'ho imparata, questa della ricerca di un luogo tranquillo tutti i santi giorni resta una scocciatura. Dormire in città non se ne parla neppure, devo puntare sulla periferia: un paesino,un borgo o uno spazio pubblico all'aperto. Per stare sereno devo cercare un luogo “non ideale” per montare la tenda, li ci trovo sempre qualcuno più sfigato di me, che si fa rassicurare da quegli elementi che si avvicinano in qualche modo ad una casa: una tettoia, un parcheggio illuminato, il muro di cinta di una casa abbandonata,e se non sono sfigati sono giovinetti del paese vicino che vengono a farsi le seghe e fumare, senza parlare della criminalità che utilizza le case abbandonate per occultare refurtiva e chissà quant'altro. A Torino mi  ero svegliato in una cascina abbandonata, ci ero arrivato col buio e al mattino mi sono reso conto che il muro a fianco era crivellato di copi di arma da fuoco. Dormire in un poligono di tiro clandestino non è certo un bel modo di cominciare un viaggio, dunque la strategia che mi sono dato è quella di cercare riparo in quelli che definirei “Non luoghi”, posti non propriamente rassicuranti, anonimi, di scarso interesse, tipo la cabina dell'alta tensione dell'Enel in cui nessuno si è curato neppure di chiudere la porta, un bosco incolto o un prato di rovi o con piccoli arbusti selvatici, che possano ripararmi dalla vista dei passanti.
Questa notte ho dormito a Tavernelle nella periferia Bolognese in una vigna, tutto torna e il mio cartone di Tavernello si colloca perfettamente in questa cornice. Pochi minuti per montare la tenda, smonto le borse dalla bici le butto dentro e per prima cosa accendo la radio, il mio aggancio con il mondo. Radio parlata come Radio Radica e Radio 24. Non so cosa sia peggio non avere il vino o la radio, la solitudine e ancor di più il senso di isolamento dal resto del mondo possono essere una punizione. Ho le mie frequenze preferite: Fiorello e Baldini intorno a mezzogiorno con replica elle ventidue, gli approfondimenti sulla politica italiana di Radio Radicale, i radiogiornali di Radio 24 per poi finire occasionalmente su Radio  Maria e Radio Vaticana
E poi arriva la notte, buia, fredda, di un silenzio fitto di rumori,
analkoliker
mercoledì, 24 dicembre 2008, ore 20:46

        Un anno prima che cominciasse la mia carriera
 di Senza fissa dimora

per blog

20 settembre 2003   

Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
Parentesi.

Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all'HIV

Ho pianto.

A poche ore di distanza dalla  notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.

Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

Come è possibile a questo punto  essere sintetici?

Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando  le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.                                                                      
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere  necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?
Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.
analkoliker